U na notizia della BBC mi lascia perplesso: alcuni ricercatori dell'Università di Washington avrebbero sviluppato una telecamera tanto minuta da essere montata su una blatta, e capace di trasmettere immagini senza fili, per di più alimentata dallo stesso movimento dell'insetto. Gli scienziati hanno dichiarato dunque di aver realizzato «il più piccolo robot terrestre al mondo, autonomo in termini di energia, con visione senza fili».

Chiarisco subito che il mio stupore non è dovuto alle mirabilie scientifiche, essendoci tra l'altro nella mia famiglia chi si occupa di nanotecnologie. No, lo sbalordimento riguarda invero la protervia e, se posso dire, la faccia tosta di questi provinciali scienziati americani: ma come, non sanno che noi italiani, negli ultimi anni, abbiamo affinato un sistema completo, totalizzante e autoreferenziale, capace di seguire, memorizzare e trasmettere i movimenti e le parole dei nostri statisti, come fosse un perenne reality, nel microscopico mondo che essi occupano, staccati dalla realtà?

Non si sono accorti, all'Università di Washington, che noi siamo maestri nell'utilizzare forme di energia ben più innovative del movimento, come il non-movimento, la vanità, la piattezza dell'encefalogramma politico? Le nostre telecamere raccontano quotidianamente (certo, con visione parziale e monocromatica, ma, vivaddio, perfettamente mirata e selettiva) un Paese che, visto dal basso, appare essere il centro dell'universo, anzi l'universo stesso. (...)

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