La Casa Bianca per il tramite della sua First Lady ha annunciato un cessate il fuoco a Oleshky, nella regione di Kherson, per consentire l’evacuazione dei civili. Nulla quaestio: la notizia giunge invero e notoriamente a circa una settimana dall’appello accorato di Papa Leone XIV, il quale, proprio durante il suo ricovero al Gemelli, aveva avuto un colloquio telefonico con il presidente russo Vladimir Putin, nel corso del quale aveva voluto sottolineare l’emergenza umanitaria nella città della regione di Kherson. Lo stesso Leone XIV aveva poi contattato anche il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, sensibilizzandolo sulla drammatica situazione di Oleshky e rappresentando l’urgenza di raggiungere un’intesa per il coordinamento di una tregua.

Ma siffatta tregua umanitaria, di per sé sola considerata, può davvero considerarsi una determinazione sufficiente? Probabilmente l’interrogativo conduce ad una risposta negativa, siccome una tregua umanitaria, per essere davvero efficace a lungo termine, dovrebbe essere concepita come un (a) ponte/occasione verso un ampio e condiviso tavolo diplomatico per la pace, e non solo, come sembrerebbe, come una momentanea sospensione delle ostilità. Intendiamoci. Certamente la protezione dei civili e l'accesso ai soccorsi rappresentano una doverosa priorità, ma senza uno sbocco politico concreto, e nella specie non pare esserci, le pause umanitarie rischiano di configurarsi come pure e semplici interruzioni strategiche utilizzate dalle parti per riarmarsi. In buona sostanza, e dicendolo più chiaramente, grande assente rimane l’apertura di un tavolo finalizzato al rinvenimento di un negoziato diplomatico che finalmente assuma l’iniziativa di affrontare le cause profonde e sistematiche del conflitto per giungere ad una soluzione dello stesso.

Se è vero come è vero che Volodymyr Zelensky non voglia nuove cessioni territoriali, è altrettanto vero che siffatta “chiusura” continua a rappresentare il punto cruciale di separazione tra Kiev e Mosca. La questione territoriale resta decisiva. Il congelamento del conflitto lungo le attuali linee del fronte potrebbe essere preso in considerazione dall’Ucraina, la quale, tuttavia, non intenderebbe cedere altri territori alla Russia. Il Donbass resta il cosiddetto “pomo della discordia”. Intanto, una prima valutazione sulla situazione contingente potrà essere fatta in termini di potenziale rispetto, da ambo le parti, della tregua annunciata: rispetto che, tutto considerato, rappresenta l’elemento cardine per valutare la buona fede dei contendenti necessaria a stabilire un auspicato ed atteso confronto diplomatico, senza il quale evidentemente non si riuscirà a raggiungere il definitivo cessate il fuoco.

Dicendolo forse diversamente ed in maniera più chiara possibile: la tregua è stata annunciata, ma verosimilmente siffatta tregua avrà una precisa durata temporale. Allo scadere del suo termine ultimo, esiste quanto meno una prospettiva di accordo finalizzata alla conclusione del conflitto? In assenza di un canale diplomatico efficiente, con mediatori accreditati e credibili presso entrambe le parti di conflitto si rischia di vanificare ogni iniziativa verso il raggiungimento della pace. A titolo esemplificativo e non certamente esaustivo. Se l’Ucraina, che allo stato non fa parte dell’Unione Europea, necessita di tutele ampie al fine di scongiurare il rischio di ulteriori aggressioni, comunque, l’Unione Europea, da parte sua, deve senza dubbio (ri) disegnare il proprio sistema di sicurezza. Se poi il punto maggiormente critico della intera vicenda continua a restare quello relativo ai territori occupati, allora il tavolo diplomatico internazionale (sena la costituzione del quale tutto appare vano ed illusorio), e solo quello, dovrà individuare i meccanismi di gestione futura delle aree contese.

Quindi, benvenuta sia la tregua umanitaria, ma senza un progetto serio e concreto di pace durevole, la sua efficacia tanto politica quanto storica rischia di restare ai margini.

Giuseppina Di Salvatore

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