«Khamenei, una delle persone più malvagie della storia, è morto. Questa non è solo giustizia per il popolo iraniano, ma per tutti i grandi americani e per quelle persone di molti Paesi in tutto il mondo che sono state uccise o mutilate da Khamenei e dalla sua banda di sanguinari criminali»: così Donald Trump ha annunciato su Truth la morte del leader iraniano, notizia poi confermata poche ore dopo sull’account X dell’ex Guida Suprema. «Nel nome di Alì, la pace sia con lui». 

Un blitz condotto con massima precisione dai militari americani e israeliani: il quartier generale della Guida Suprema iraniana è stato ieri mattina il primo obbiettivo dell’attacco ed è stato raso al suolo. Poi la foto del cadavere mostrata dai servizi segreti israeliani.

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Se lo scopo dichiarato di Usa e Israele era il cambio di regime in Iran, la Guida Ali Khamenei era necessariamente tra gli obiettivi da colpire nei raid sul Paese. E così è stato: dopo una giornata di voci e smentite è arrivata la notizia della sua eliminazione.

Fin dalla guerra dei 12 giorni dello scorso anno, gli attuali dirigenti di Teheran si aspettavano un nuovo attacco israelo-americano e, secondo diverse fonti interne al regime, il leader in persona avrebbe messo a punto un piano di emergenza per garantire la sopravvivenza del sistema anche nel caso che lui venisse assassinato, o rapito, come avvenuto al presidente venezuelano Nicolas Maduro. L'iniziativa rispecchierebbe le grandi capacità organizzative che hanno permesso a Khamenei di rafforzare la sua rete di comando in tutti i gangli vitali del sistema - a cominciare dai Pasdaran, i Guardiani della Rivoluzione - durante i 37 anni trascorsi nel ruolo di Rahbar (Guida, appunto), riuscendo così a compensare le scarse credenziali religiose.

Quando il fondatore della Repubblica islamica, Ruhollah Khomeini, lo indicò come suo successore, nel 1989, Khamenei non era infatti nemmeno ayatollah. La scelta, come spiegò lo stesso Khomeini, cadde su di lui per le sue capacità politiche, giudicate più importanti di quelle spirituali. E Khamenei le ha fatte valere, consolidando sempre più il suo potere, a dispetto dell'insofferenza nei suoi confronti di molti grandi ayatollah sciiti, in particolare quelli delle importanti scuole teologiche irachene. La dirigenza politico-militare iraniana, guidata da Khamenei, è riuscita a mantenere la catena di comando anche durante la guerra dello scorso anno, quando, per motivi di sicurezza, la Guida fu isolata in un rifugio segreto e si dovette limitare al minimo l'uso di Internet e altri mezzi di comunicazione.

Fonti all'interno del regime hanno detto al New York Times che l'ottantaseienne Khamenei aveva fatto tesoro di quella esperienza ed era andato oltre, lasciando le necessarie disposizioni da seguire anche in caso di una sua scomparsa. In tal caso, secondo queste fonti, la sopravvivenza del regime sarebbe affidata in prima persona ad Ali Larijani. Quest'ultimo, nominato lo scorso agosto segretario del Consiglio di Sicurezza nazionale, è una delle principali figure del conservatorismo pragmatico in Iran e appartiene ad una famiglia la cui storia è inestricabilmente legata a quella della Repubblica islamica.

(Unioneonline)

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