Le altre Regioni si affannano e la Sardegna, quasi un mese prima della scadenza del 30 giugno, poteva sostenere di aver addirittura «superato» il target fissato dal Piano di ripresa e resilienza avendo «attivato 59 Case (9 in più rispetto al programma iniziale) e 17 Ospedali (4 in più rispetto alle previsioni) di Comunità». Tre giorni fa la Regione ha sottolineato un ulteriore avanzamento, con l’entrata in funzione di altre cinque Case e un nuovo Ospedale di Comunità.

Tuttavia la legge regionale di cui la Sardegna si è servita per imprimere un’accelerata e realizzare lo scopo è stata impugnata. 

La legge sarda

La legge di inizio anno contro cui il Governo ha presentato ricorso è in realtà la legge di stabilità. Di cui vengono contestati tre commi dell’articolo 2 - il 20, 21 e 22 – relativi all’autorizzazione all’esercizio delle Case e degli Ospedali di comunità realizzati con le risorse del piano di ripresa e resilienza. Cosa prevedono? Che le strutture siano autorizzate all’esercizio delle attività sanitarie in via transitoria per un periodo non superiore a dodici mesi dall’entrata in vigore della legge, che la stessa autorizzazione sia subordinata alla presentazione di una dichiarazione sostitutiva di atto notorio che attesti la sussistenza dei requisiti minimi. Che l’autorizzazione decorra automaticamente dalla presentazione di questa dichiarazione. Per farla breve: per semplificare il procedimento la Regione può ricorrere a qualcosa di simile a un’autocertificazione.

La sfida

Adesso «la sfida sarà trasformare le strutture in presidi reali con carte dei servizi e personale che dovrà erogare i servizi necessari a ricucire il territorio con la sanità». Una sfida comunque difficile perché, sostiene il segretario della Cgil Durante, «case e ospedali di comunità rischiano di essere scatole incomplete e parzialmente vuote: con quale personale sarà garantito il loro funzionamento?».

Roberto Murgia

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