«È ora che Tuvixeddu torni nella mani pubbliche. È un bene della comunità e Cualbu dovrebbe regalare l'area, restituendola alla città e al mondo».

Maria Antonietta Mongiu, archeologa, ex componente della Commissione regionale del Paesaggio, ex assessora alla Pubblica Istruzione e Beni culturali nella Giunta Soru, ex presidente del Fai Sardegna e attuale componente del cda del museo Archeologico nazionale, lancia il messaggio nei giorni in cui il dibattito sul futuro del colle è tornato d'attualità dopo la sentenza della Cassazione che annulla il lodo arbitrale che aveva riconosciuto a Nuova iniziative Coimpresa un risarcimento di circa 83 milioni.

Sentenza chiara

«Quella sentenza è adamantina e mette una pietra tombale su questa vicenda», premette prima di ricostruirne il percorso . «Nel 2000, mentre Comune, Regione e Nuova iniziative Coimpresa firmavano l'accordo di programma per compiere un'operazione di tipo edilizio in una zona archeologica integralmente vincolata dal '97, contemporaneamente veniva siglata da tutti i Paesi membri, Italia compresa, la Convenzione europea del paesaggio. Di fatto si obbligavano gli Stati a riconoscere il paesaggio come elemento non negoziabile. Fu una svolta», ricorda, «perché sino a quel momento la legge tutelava il singolo oggetto archeologico. In realtà a tutelare il paesaggio c'era l'articolo 9 della Costituzione, che tuttavia non ha trovato attuazione sino al 2004, quando venne approvato il Codice Urbani. Quel codice», prosegue Mongiu, «fece ordine tra tutte le norme esistenti e garantì un salto epistemologico enorme sancendo che il paesaggio è preminente rispetto a singolo oggetto e obbligando le regioni a dotarsi di piani paesaggistici».

L'arrivo del Ppr

Nel 2006 la Giunta Soru approva il Piano paesaggistico e chiama Mongiu a far parte della Commissione del paesaggio, che si occupa subito di Tuvixeddu e conferma il vincolo apposto dal Ppr. Chiariscono, gli esperti, che nel sistema dei colli Tuvixeddu è l'ultimo lembo di un paesaggio stratificato antichissimo. «Cualbu avvia il contenzioso legale e nel momento in cui la magistratura apre inchiesta scopre che c'erano 1200 tombe in più rispetto a quanto dichiarato alla commissione dall'allora sovrintendente Santoni», ricorda l'archeologa che nel frattempo viene chiamata in Giunta da Renato Soru.

Nessuna copianificazione

Nel gennaio del 2011 il Consiglio di Stato stabilisce che il Ppr è coerente con la Convenzione europea e col Codice Urbani e che al colle di Tuvixeddu si devono applicare le stesse norme di salvaguardia dei siti costieri. I giudici invitano quindi ad avviare processi di copianificazione. «Ma nessuna Giunta comunale, né di destra né di sinistra, finora lo ha mai fatto», evidenzia Mongiu.

Poi inizia un altro percorso. Cualbu chiede il lodo arbitrale che stabilisce un risarcimento di 83 milioni, poi, sintetizzando, si arriva alla sentenza della Cassazione di pochi giorni fa. «Eppure», aggiunge l'archeologa, «ci fu un momento in cui, su mia richiesta, Soru propose all'impresa una transazione. Loro avrebbero restituito alla Regione quell'area e noi avremmo dato in cambio altri beni pubblici. Inizialmente Cualbu sembrava intenzionato ad accettare, poi disse no. Un accordo simile lo facemmo con l'impresa Cocco, che voleva costruire un palazzo in viale Sant'Avendrace».

Vincolo totale

Per Mongiu il principio è chiaro: «Un privato non può proporre ciò che vuole, spetta al pubblico stabilire un perimetro preciso. E non è pensabile che il colle che contiene la grande necropoli punica e una bellissima area mineraria sia di proprietà privata. Una proprietà che peraltro, essendo totalmente vincolata per il privato vale zero. Per la città, per la Regione e per il mondo, invece, è un'opportunità incredibile. Non è un problema ideologico, ma di norme, di leggi», conclude. «Io sogno che Cualbu regali l'area: sarebbe un gesto straordinario di cui tutta la comunità sarda sarebbe orgogliosa».

Fabio Manca

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