Malori improvvisi, condizioni idrodinamiche avverse, correnti e instabilità dei fondali, ma anche condotte imprudenti determinate da scarsa percezione del pericolo o da insufficienti abilità natatorie. Sono queste le principali cause della morte per annegamento, illustrate nella relazione dell’Osservatorio per la strategia nazionale di prevenzione stilata sotto l’egida del Ministero della Salute e dell’Istituto Superiore di Sanità.

Il report segnala anche la Sardegna tra le regioni italiane con il maggior numero di morti per annegamento: nel biennio 2024-2025 sono state 41 le vittime nell’Isola, come quelle di Puglia e Sicilia. In cima alla triste classifica c’è la Lombardia (90 casi), Veneto (73), Toscana (52) Lazio (51).

A livello nazionale, la relazione annuale per il biennio 2024-2025, pubblicata dall’Istituto Superiore di Sanità, registra 604 decessi di cui il 23% circa bambini e giovani fino a 24 anni. Oltre l’80% dei decessi riguarda soggetti di sesso maschile mentre il 19,3% delle vittime è di sesso femminile. Ancora: circa il 30% degli annegamenti riguarda persone con oltre 65 anni di età. Il 46,8% degli eventi letali si verifica in ambiente marittimo, mentre il 46,2% degli annegamenti si concentra nelle acque interne (fiumi e laghi) e solo il 6,2% avviene in piscina ma quest’ultimo è un dato allarmante se si considera che sono coinvolti principalmente bambini e adolescenti.

L’Osservatorio ministeriale, nella relazione annuale, indica anche le regole da seguire per la sicurezza balneare e la prevenzione dei rischi tra cui la raccomandazione di insegnare molto presto ai bambini a nuotare.

Sempre in materia di prevenzione, dagli esperti anche alcuni consigli pratici per gli adulti: se spinti al largo da una corrente di ritorno nuotare lateralmente per uscirne, mai contro; non tuffarsi mai senza prima conoscere il fondale del corpo idrico (profondità o presenza di sporgenze) e in ogni caso fare i primi tuffi di piedi, mai di testa. Sono tanti gli incidenti gravi dovuti ai tuffi che vanno da esiti fatali a danni non recuperabili alla colonna vertebrale.

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