Garlasco

I Ris di Cagliari: «L’arma  che ha ucciso Chiara lavata e messa in uno zaino»  

L’accusa dei pm: Sempio ha compiuto un’aggressione cieca e spoporzionata 

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Pavia. Le analisi dei Ris di Cagliari sul delitto Garlasco delineano uno scenario preciso: i militari ritengono che l’arma utilizzata per uccidere Chiara Poggi sia stata lavata accuratamente o messa in uno zaino o in un asciugamani, tanto che fuori di casa non c’erano tracce di sangue. Per quel delitto c’è una condanna ad Alberto Stasi che ora potrebbe uscire dal carcere in seguito alla riapertura delle indagini da parte della Procura di Pavia che punta i riflettori su Andrea Sempio, amico del fratello di Chiara.

L’analisi

«Com’è noto l'abitazione della famiglia Poggi è costituita da una villetta unifamiliare circondata da giardino con un muro perimetrale», scrivono i carabinieri del Ris. «Sul percorso di uscita dell'aggressore risulta l'assenza pressoché totale di macchie ematiche che, almeno per quanto riguarda l'arma utilizzata, sicuramente abbondantemente imbrattata di materiale ematico, se trasportata all'esterno avrebbe necessariamente lasciato una serie di macchie». Invece, «non vi è traccia di tutto ciò a partire da prima della soglia del portone tanto da far ipotizzare che l’arma sia stata lavata prima di uscire o riposta in un contenitore», come uno zaino, «avvolta in asciugamani o simili», concludono.

I pm

L’atto di accusa della Procura contro Andrea Sempio è pesante come un macigno. E scagiona Alberto Stasi. Il 6 maggio il procuratore aggiunto Stefano Civardi ha accusato Sempio di aver aggredito Chiara perché aveva rifiutato le sue avances: un’aggressione «cieca e sproporzionata», un «annientamento furioso concentrato sul volto e la testa, come se l’intento fosse cancellare ogni traccia della persona che si era opposta».

Gli inquirenti hanno anche spiegato che i «nuovi elementi emersi» «destituiscono di qualsiasi fondamento il “movente pornografico” in capo a Stasi» e, per contro, «forniscono solidi elementi sul tentativo dell’approccio sessuale» di Sempio, perché l’indagine ha fatto venire alla luce «elementi fattuali del tutto nuovi rispetto alle indagini dell’epoca e rispetto ai procedimenti successivi», finiti in archivio. Secondo l’accusa, Sempio avrebbe mentito per 20 anni. Sullo scontrino di un parcheggio che gli assicurava un alibi (per l’accusa gliel’ha dato la madre), sulle telefonate notturne a casa Poggi e anche su quelle fatte il giorno del delitto al fratello della vittima, Marco, che era in vacanza in Trentino. Poi il tema di quel video intimo tra Chiara e il fidanzato Alberto, per i pm la miccia che scatenò l’esplosione di Sempio. Era custodito in una pen drive in casa Poggi, in una cartella criptata: Sempio avrebbe avuto accesso in presenza di Marco o lo avrebbe rubato. «Non mi so dare una spiegazione. Se la devo dare, l’unica plausibile, seppure assurda, è che Sempio abbia preso una penna usb che c’era in camera di Chiara e se la sia portata a casa», ha detto Marco Poggi nel suo ultimo interrogatorio.

Il foglio gettato

Poi c’è il foglietto che Sempio butta in un’isola ecologica il 26 febbraio di un anno fa, che conteneva parole all’apparenza incomprensibili: «Da cucina a sala»; «cane». E una, invece, inequivocabile: «Assassino». «Era la scaletta per un breve contenuto audio per lo spettacolo teatrale che gli era stato chiesto e l’ha buttato vicino a dove lavorava» ha detto uno dei suoi legali, Liborio Cataliotti: «Ho letto l’ennesimo travisamento dei fatti e ogni singola prova merita di essere vagliata razionalmente. Abbiamo tutti gli audio che lo dimostrano».

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