Da Teheran

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Teheran. «Avevo sentito dalla moglie di un detenuto dire che l’isolamento in cella è come stare in una tomba. Un altro prigioniero l’aveva paragonato invece alla sensazione di essere sommersi in acqua ghiacciata. Per me, è come essere una bambina intrappolata nelle grinfie di un mostro». A parlare così, in un passaggio delle memorie che dovrebbero essere pubblicate a settembre - è Narges Mohammadi, attivista iraniana premiata Nobel per la pace nel 2023 e oggi detenuta nel suo Paese. A inizio maggio è stata trasferita d’urgenza dal carcere in un ospedale del nord-ovest in condizioni molto delicate. Lo stralcio di questi scritti è stato anticipato in esclusiva dal Guardian, cheparla di memorie raccolte nell’ultimo decennio e trapelate clandestinamente dalla prigione, volte a denunciare la lunga serie di torture e altri abusi subiti dal sistema repressivo di Teheran, particolarmente severo nei suoi confronti. Una situazione in cui, spiega l’attivista, «persino un semplice controllo medico diventa un calvario», per via di un «livello di controllo» così «estremo» che in segreto lo riconoscono come eccessivo «anche dagli stessi funzionari del carcere». Il Guardian spiega che le memorie saranno pubblicate come “A Woman Never Stops Fighting”. Classe 1972, l’attivista per i diritti umani è stata arrestata almeno 14 volte dalle autorità iraniane, e ha finora accumulato condanne a 44 anni complessivi di carcere e 154 frustrate. «I regimi autoritari non hanno sempre bisogno della corda del boia. A volte aspettano semplicemente che il corpo umano ceda. E poi si assicurano che non arrivi alcun aiuto».

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