Un giorno credi di esser giusto e di essere un grande uomo, in un altro ti svegli e devi cominciare da zero. Il Cagliari ricomincia comunque da 19 punti e da un rassicurante +5 sulla zona rossa (aspettando domani il recupero di Verona-Bologna). Esce, però, ridimensionato dalla trasferta genovese che, oltre a favorire l’aggancio in classifica del Grifone, ha evidenziato i limiti - più caratteriali che tecnici - di un squadra ancora alla ricerca di un equilibrio tra il proprio talento e le priorità di un campionato in continua evoluzione e più competitivo del previsto.
Il percorso
Gli alti e bassi fanno parte del percorso di chi lotta per salvarsi. Solo due settimane fa il successo in casa del Toro veniva (giustamente) esaltato e considerato il frutto di una crescita corale, così come la prova di forza con la Roma venti giorni prima o la stessa rimonta sulla Cremonese di Davide Nicola giovedì scorso. La scoppola di Marassi può essere considerata un fisiologico incidente se interpretata come una lezione di vita, più che di calcio. Perché - paradossalmente - sotto il profilo calcistico, i rossoblù isolani hanno dimostrato, quando ci hanno provato, di essere superiori ai liguri. Talmente superiori dal diventare sufficienti, persino spocchiosi, non adeguandosi alla partita anche sotto il profilo agonistico. Al netto della “bambola” difensiva dopo soli sette minuti e dell’errore in avvio di ripresa di Luvumbo a tu per tu col portiere. Un’occasione che avrebbe potuto cambiare la storia della serata.
Le assenze e il mercato
Le assenze indubbiamente pesano. Soprattutto a centrocampo, dove non c’è un play di riferimento a 360 gradi, tanto meno un giocatore che faccia filtro con la stessa intensità di Deiola e Folorunsho. Non a caso, è il reparto per il quale il ds Angelozzi si sta muovendo con più veemenza sul mercato. Nicolussi Caviglia, Lovric e Aslani restano i nomi più caldi ma anche onerosi, l’ex Sulemana (ora al Bologna) e Dagasso (Pescara) i più concreti e praticabili, per ora.
Le formazioni
Magari pesano anche certe scelte. In difesa non sembra più esserci un filo conduttore, sia nel passaggio da tre a quattro e viceversa (come se la priorità fosse il modo di giocare dell’avversario e non il proprio) sia negli interpreti (nemmeno il tempo di trovare un’alchimia e si cambia). Così, per due gare di fila, Pisacane si è ritrovato costretto a togliere un centrale (fatto abbastanza inusuale) dopo appena un tempo. Mina a Cremona, Rodriguez a Genova. E se nel primo caso è servito, nel secondo è andata addirittura peggio.
Discontinuità
Raramente viene riproposta la stessa formazione. Magari un po’ di continuità - nel bene e nel male - aiuterebbe la squadra, non solo il pacchetto arretrato, a crescere lavorando proprio sugli errori. Magari con qualche randellata in più e qualche leziosismo in meno. Perché il Cagliari gioca un bel calcio, organizzato, e non è mai banale (ogni gol è un concetto sviluppato e applicato e questo è motivo d’orgoglio). Lo fa con tanti giovani, tra l’altro. Deve, però, imparare a non specchiarsi su se stesso, a essere più spietato e concreto - brutto, sporco e cattivo se necessario - non solo quando si ritrova sotto col punteggio. Soprattutto negli scontri diretti. E dopo la Juventus ce ne saranno altri due, fondamentali, con Fiorentina e Verona.
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