Il 20 marzo Ferai Teatro torna a New York, sul palco principale del Dixon Place di Manhattan.

Dopo il debutto del 9 luglio 2025, sold out e carico di quella tensione che solo New York sa imporre, la compagnia rientra in scena con “Non si scopa con i fascisti”, tradotto in inglese per l’occasione.

Una scelta netta, che non addolcisce il messaggio ma lo espone a un pubblico diverso, esigente, poco incline alla benevolenza. New York, si sa, non regala nulla. Ma sa riconoscere il lavoro quando è onesto.

Pochi mesi dopo, nella prima settimana di giugno, il viaggio continua in direzione opposta, verso Milano e il suo Fringe Festival. Qui arriva Diva (meglio all’inferno sui tacchi che in cielo in ballerine), dopo aver attraversato Cagliari, Alghero e una versione inglese presentata a New York la scorsa estate.

Due città lontanissime per storia, pubblico, immaginario. Eppure al centro resta la stessa figura: Greta Sofia.

Greta Sofia non è un personaggio rassicurante. È una creatura scenica nata per necessità. Una diva sghemba, una santa blasfema, una stand-up comedian con un’anima tragica. In lei convivono educazione cattolica e desiderio, rabbia politica e amore per il ridicolo, sacro e profano che spesso si scontrano nella stessa battuta. È il luogo in cui il teatro smette di spiegare e comincia a ridere, così da riuscire a incidere più a fondo.

Dietro Greta Sofia c’è un drammaturgo e regista che da quasi vent’anni lavora con Ferai Teatro tra educazione, diritti civili, infanzia e comunità queer.

Un teatro che entra nelle scuole, nelle periferie, nei contesti dove l’arte si sporca le mani e non sempre viene accolta con entusiasmo.

Greta Sofia rappresenta una risposta adulta a quel percorso: non pedagogica, non conciliatoria. Politica perché personale, comica perché disperata. Funziona proprio perché non cerca di essere simpatica.

Sul palco, Greta Sofia dice e fa ciò che il suo autore, da solo, non potrebbe permettersi. O meglio: lo dice più in alto, sui tacchi, dove l’equilibrio è instabile ma la vista è migliore.

È una figura che rivendica il diritto all’eccesso, all’inadeguatezza, alla contraddizione. E in questo si inserisce perfettamente in un presente culturale che sembra aver paura tanto del conflitto quanto dell’ironia.
Tornare a New York e arrivare a Milano con questi spettacoli non è un trofeo da esibire. È una responsabilità. Significa sapere esattamente cosa si sta mettendo sul palco e accettare che non piacerà a tutti. Anzi: che non debba piacere a tutti. 

Lo stato d’animo che accompagna questo doppio attraversamento è fatto di gratitudine senza devozione, entusiasmo senza ingenuità. 

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