Si fa attendere un quarto d'ora, mentre il pubblico continua a fluire nell'Auditorium del Conservatorio di Cagliari. Sul palco, stasera Sigfrido Ranucci ha abbracciato il suo pubblico per la replica delle 18 – necessaria dopo l'immediato sold-out dello spettacolo delle 21 – di “Diario di un trapezista”, versione teatrale del libro “La scelta”.

Ed è proprio questo il verbo che attraversa lo spettacolo: "scegliere". Scegliere di informare a qualsiasi costo, come i trenta giornalisti morti in Italia dal dopoguerra a oggi e i trecento caduti a Gaza. Scegliere di farlo nonostante le 516 minacce che pendono sui giornalisti italiani, funesto record europeo di un Paese che il giornalista definisce malato.

Ranucci intreccia memoria personale e storia collettiva. C'è Roberto Morrione, mentore e direttore che nel 1990 scelse di raccontare i legami tra CIA e P2, costringendo Andreotti a riferire in Parlamento, e che ebbe «il coraggio di attaccare in diretta il Paese più importante del mondo, segno di amore per la verità». Gli USA attaccarono la Rai. Ma la verità non tardò a dar ragione ai giornalisti italiani. Poi le Torri Gemelle, l'Afghanistan, l'Iraq. E Falluja, nel 2004. i crimini di guerra ripresi agli infrarossi perché così «la morte sembra meno crudele», il fosforo bianco usato contro i civili mentre duecento giornalisti embedded raccontavano un'altra guerra.

«A che serve lo sguardo se non interroga?», si chiede ricordando Michele, il barbone soprannominato "Vedi Vedi", che inqualche modo gli insegnò a vedere.

Il racconto scorre tra piccole epifanie morali: il tassista che era stato guardia del corpo della famiglia Tanzi, e che aiuta a scoprire dove sono stati nascosti cento milioni in quadri, poi battuti all'asta per sessanta. Chiede il 3% come ricompensa. «C'è chi ha un prezzo e chi un valore», commenta Ranucci.

E poi l'abisso. L'inchiesta su Tosi e la sua potenziale ricattabilità: diciannove querele a Report per trentasei minuti di servizio, l'accusa di dossieraggio con false prove, l'amarezza che per la prima volta lo porta a pensare al suicidio. Tosi verrà condannato per diffamazione. 

L'accusa di essere uomo dei servizi cinesi, poi russi, poi invece nemico del Cremlino. Le lettere anonime e l'amicizia e protezione da parte del compianto Franco Di Mare. La volontà di gettare discredito. E uccidere. Qui l'applauso si fa commosso.

La "teoria del trapezista" chiude il cerchio, riportando al centro del palco l'aura del suo mentore, Morrione: «Quando senti di essere nel mirino di chi vuol farti cadere Salta in avanti sull'altro trapezio: sarà più difficile colpirti». E una citazione da Lee Masters: «Non puoi conoscere il bene se non conosci il male».

Ranucci ha scelto di non cadere e di continuare ad esplorare il male. Il pubblico cagliaritano ha scelto di stare dalla sua parte, tributandogli una lunghissima standing ovation.

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