C olpisce ma n on stupisce che la conferma di Lula faccia crollare la Borsa. Sì, il vecchio presidente aveva promesso ai brasiliani un welfare insostenibile e grillino, ma probabilmente agli occhi del grande business la sua colpa peggiore è la difesa dell’Amazzonia, il polmone planetario che Bolsonaro voleva dare in pasto alla libertà d’impresa. E davanti a un divorzio così violento fra le speranze dei mercati e quelle dell’umanità, di che dovrebbe discutere la politica?

Invece ieri molti pensatori si gingillavano a collegare la vittoria di Lula a quella degli studenti serbi (alcuni apparentemente molto fuoricorso, fra l’altro), per ammaestrare il progressismo italiano con vicende figlie di contesti ed elettorati incomparabili fra loro. Diciamolo: questa storia della lezione brasiliana (serba, newyorkese, viterbese) è stucchevole. Perché ricorda i “collegamenti interdisciplinari” imposti ai maturandi, poveri giovani che dopo notti di ripasso si convincono che Ariosto, immerso a tradimento in un liquido, riceve una spinta e perde gli elettroni diventando un aoristo. E perché questo sommare le pere con le mele in realtà serve solo a parlare di Meloni e di chi la deve sfidare, e quindi a tirare ognuno un po’ di acquetta al proprio mulino. La cosa buffa è che chi si consuma in questi giochini provinciali poi, nella nostra astiosa opinione pubblica, passa da radical chic.

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