U na volta, ai tempi dei pionieri dell’informazione quando i giornalisti si chiamavano menanti, coloro che non blandivano i signori del potere o ne raccontavano le malefatte venivano sottoposti a pene corporali e, se recidivi, giustiziati. Come accadde a Annibale Cappello. Il quale, suddito dello Stato Pontificio, campava vendendo notizie. Non fu tenero con la curia vaticana, di cui denunciò abusi, scandali e nequizie. Più volte incarcerato, il 14 novembre del 1587 fu condannato alla pena capitale e tradotto in ceppi nella piazzetta di San Salvatore in Lauro dove, quale monito per i suoi colleghi, gli furono mozzate la mano destra perché non più scrivesse e la lingua perché non più parlasse. Terminato il supplizio fu giustiziato. Tempi duri quelli per i cronisti. E non solo per loro. Anche per i colpevoli di omicidio, furto, peccati carnali e offesa alla religione le pene erano severe. Si rischiava il patibolo. Il Papa Re aveva il pugno di ferro come oggi un Ayatollah supremo. Scriviamo questa nota in risposta a chi fa balorde eguaglianze tra islamismo e cattolicesimo. Queste cose accadevano da noi quattro secoli fa. In Iran, feroce teocrazia islamica, in misura mille volte maggiore accadono tuttora. Mentre noi viviamo con un piede nel futuro loro hanno testa e anima ancora nel loro medioevo. Nel quale, alternando terrorismo e astuzie, vogliono trascinarci.

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