Dignità perduta
Caffè Scorretto
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D isse Piercamillo Davigo: «I politici non hanno smesso di rubare, hanno smesso di vergognarsi». Lo disse quando lo si riteneva integerrimo. Poi si abbatté su di lui una condanna a un anno e tre mesi. Aveva avuto gloria e riconoscimenti di merito quando con i colleghi della Procura della repubblica di Milano aveva partecipato all’azione giudiziaria denominata “mani pulite”, che abbatté le mura del Palazzo in cui erano arroccati i parlamentari della Prima repubblica. È vero che, come riferiscono quotidianamente le cronache, i rappresentanti del popolo sono, in parte, moralmente criticabili e non solo per le ruberie. Le generalizzazioni però sono fuorvianti. Persone oneste abitano anche nei palazzi del potere politico. Ma l’onestà non basta. Occorre anche la cultura dello Stato. Che, nell’antica Roma, si basava su quattro fondamenti etici: gravitas, dignitas, virtus e pietas. Tradotto in pratica: chi agiva nel nome e per conto della res publica, doveva dimostrare serietà, dignità, valore, tolleranza. Su questi principi si fondò la lex romana, che agevolò la crescita e l’affermazione di una società considerata tuttora faro di civiltà. Soltanto l’avvento in Italia di una classe politica che consideri beni morali irrinunciabili gravitas, virtus, e pietas potrà restituire dignitas allo Stato e a tutti i suoi cittadini, anch’essi spesso poco virtuosi. Magistrati compresi.
