SPETTACOLI

Il cantautore

Renato Zero ai colleghi: "Autotassiamoci, gli incassi a copertura delle sofferenze di chi non lavora"

"Chi dice che la cultura non dà da mangiare non è un buon italiano: la cultura è il cibo dell'anima"
renato zero (archivio l unione sarda)
Renato Zero (archivio L'Unione Sarda)

A distanza di un mese dal primo capitolo di "Zerosettanta", opera monumentale da 40 brani in tre dischi voluta per celebrare i suoi 70 anni, Renato Zero pubblica il secondo capitolo del progetto (per Tattica), in attesa del terzo che arriverà tra un altro mese, a fine novembre a completare la trilogia. "Tre album che mi rappresentano, ci sono le ballad, una strizzata d'occhio al rock e la voglia di rispolverare canzone di protesta perché noi artisti abbiamo il dovere di esprimerci ed esporci anche per il pubblico che magari non ha l'opportunità di mostrare le proprie ragioni. Un impegno che ho assunto da quel lontano 1973 quando iniziai il mio presidio nella musica".

E con l'occasione il pensiero va anche ai lavoratori dello spettacolo, duramente colpiti dalla crisi legata alla pandemia. "Mi rivolgo ai miei colleghi: per superare questo guado bisognerebbe autotassarci, elargire una percentuale sugli incassi a copertura di certe sofferenze". Lo stesso artista aiuterà il suo staff, destinando una parte dei ricavi delle vendite dell'album Zerosettanta. "Chi dice che la cultura non dà da mangiare è uno stronzo e forse neanche un buon italiano. Ci vuole il piatto di pasta, ma anche poesia, musica, pittura, arte che sono cibo dell'anima", aggiunge il cantautore che va all'attacco della politica che "dovrebbe avere la capacità di calarsi nella vita degli italiani. È scandaloso che il governo non sia stato in grado di prepararsi con efficacia verso i lavoratori, alcuni dei quali aspettano da mesi la cassa integrazione: è grave e offensivo. Se noi non paghiamo le tasse ci vengono a prendere a casa".

Seppur critico (anche nei confronti delle chiusure dei ristoranti alle 18, "alle 13 il virus non gira?") rispetta tutte le restrizioni sul covid, "ma pur con la mascherina scendo volentieri in strada: ho bisogno del saluto, dei miei amici. Non mi piace il terrorismo e non voglio esserne vittima".

E invita tutti a mantenere saldi i contatti con il mondo esterno: "Non passate dalla tazzina di caffè al tavor". A guardarsi indietro, ammette di aver avuto sempre un rapporto "nervoso" con il tempo che passa, ma "mi ha dato l'opportunità di arrivare ai 70 e non mi sento di colpevolizzarlo in nessun modo. Mi conforta essere riuscito a mettere a segno i miei programmi". L'unico cruccio rimane sempre non aver realizzato Fonopoli. "Ma forse c'è ancora tempo per togliermi questa soddisfazione nei confronti di quelli che mi volevano buttare nelle braccia dei palazzinari. Darò fiato alle trombe e metterò su questa palestra di vita".

(Unioneonline/v.l.)

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