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Covid-19, se odori e sapori non ritornano

La malattia è brutta, ma nemmeno il dopo è una passeggiata
un paziente viene sottoposto a un test sierologico (foto noce)
Un paziente viene sottoposto a un test sierologico (foto Noce)

Olfatto e gusto sono tornati, ma sono sballati: vanno per conto loro come strumenti non più affidabili. Guarire dopo essersi ammalati a causa di un'infezione da Covid-19, a sentire le testimonianze di chi ne ha fatto l'esperienza, spesso non significa lasciarsi alle spalle tutti i sintomi. A partire da uno di quelli più tipici: l'incapacità di sentire odori e sapori. La febbre sparisce, i dolori pure, olfatto e gusto spariti nelle fasi più acute, a volte per settimane, a volte anche per due mesi, tornano pian piano a funzionare. Ma, spesso, non come prima: più d'un paziente riferisce di sentire odori e sapori che non esistono, o di percepirli in maniera distorta. Una situazione estremamente fastidiosa, anche se non l'unico postumo da Covid: molti riferiscono di stati di affaticamento cronici, respiro in affanno dopo pochi scalini, tachicardie frequenti, perdita anomala di capelli, alterazioni del ciclo mestruale, stati d'ansia contrassegnati dalla paura di ammalarsi o di morire, o che si ammalino e muoiano i propri cari. Casi tutt'altro che rari: da uno studio condotto di recente da un gruppo di geriatri della Fondazione policlinico universitario "Agostino Gemelli" e dell'Università Cattolica su 143 pazienti e pubblicato su Jama, a distanza di oltre due mesi dalla diagnosi di Covid-19, risulta che dal 21 aprile al 31 maggio solo un paziente su 10 aveva superato del tutto la malattia non manifestando più alcun sintomo correlato all'infezione, mentre 87 su 100 continuavano a convivere con almeno uno dei sintomi. I RACCONTI DEI PAZIENTI La malattia è brutta, ma nemmeno il dopo è una passeggiata. Ne parlano gli stessi ex positivi in un gruppo Facebook che in poche settimane ha raccolto centinaia iscritti: "Noi che il Covid lo abbiamo sconfitto". Dalle loro testimonianze c'è molto da imparare: «Sento per intere giornate puzza di fumo di sigaretta persistente e noiosissima», racconta una donna. «E non frequento gente che fuma». Inquietante, ma non è l'unica ad aver sperimentato odori fantasma. Molti ex pazienti (ma sono veramente ex pazienti o piuttosto pazienti di lungo corso? questa domanda è al cuore della ragion d'essere del gruppo aperto su Facebook) condividono la convivenza con odori di sigarette che nessuno sta fumando, o di «disinfettante tipo ospedale». Qualcuno invece avverte puzza di «tubo di scappamento o di griglia bruciata», una donna riferisce di aver sentito costantemente «per due settimane... un forte odore di benzina». Anche l'autopercezione è spesso fortemente alterata: «A me - confessa uno degli iscritti al gruppo - sembra cambiato il mio odore personale, mi sembra sempre di puzzare di cipolla».

Col gusto non va meglio. C'è chi dopo aver mangiato qualunque tipo di pietanza resta in compagnia di un «retrogusto tipo menta». E non è nemmeno l'esperienza più sgradevole. Per molti «le uova hanno completamente un altro sapore». Altro come? «Sanno di marcio». Altra esperienza: «Ora sento il gusto di molti cibi alterati come caffè, aglio, cipolla, cioccolato, salame, vino».

SINTOMI E MISTERI È il momento di introdurre i termini tecnici: la perdita dell'olfatto si chiama anosmia, quella del gusto ageusia (o disgeusia). Nei mesi più difficili, i medici le hanno identificate fra i sintomi tipici della sindrome da Sars-Cov 2 accanto a febbre, tosse, mal di gola e congiuntivite. Lo scorso aprile Alberto Albanese, responsabile di Neurologia dell'Humanitas di Milano, ha dichiarato che «il 73,5 per cento dei pazienti che abbiamo visto ha riportato una perdita dell'olfatto».

Perché si manifestano questi sintomi così particolari? Qual è il loro rapporto con il virus? Gli scienziati stanno cercando di rispondere a queste domande. Una delle spiegazioni avanzate è che il coronavirus riesca a raggiungere, tramite i neuroni olfattivi, una parte del cervello antica e difficile da studiare, quella che ha il compito di sentire gli odori. «Questo è un virus citotossico, vale a dire che quando entra in una cellula tende a distruggerla», spiegava ancora il neurologo Albanese», per quanto riguarda la mucosa nasale, il virus può arrivare facilmente nella parte anteriore del cervello, causando forme di encefalite localizzate nella parte olfattiva».

Il guaio è che per una parte di pazienti questa perdita si protrae a lungo. Quanto a lungo è uno degli aspetti della malattia che ancora non si conoscono. Ma anche l'olfatto è un campo del quale non si sa tutto: per esempio, non è stata localizzata nel cervello un'area sulla quale intervenire per una pratica riabilitativa, in caso di perdita della capacità di riconoscere gli odori.

Intorno al Covid 19, insomma, tanto resta ancora da scoprire.

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