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"Se non sei una Nazione non ti ascoltano", l'intervista a Paolo Maninchedda VIDEO

Sassarese, 57 anni, è il fondatore e leader del Partito dei sardi che l'ha designato candidato alle presidenza della Regione

Il suo modello di presidente della Regione è uno che la mattina fa il sindaco e la sera guida marce per conquistare più poteri. "Non una sola marcia ma tante, una dopo l'altra. Come fece Ghandi e come fecero i tedeschi per far cadere il muro di Berlino. Questa è la rivoluzione intelligente. I poteri servono e serve diventare Nazione perché se non sei Stato non ti ascoltano".

Paolo Maninchedda ha 57 anni e pensa in grande. Sassarese di nascita, professore ordinario di Filologia romanza all'università di Cagliari, consigliere regionale nella tredicesima e quattordicesima legislatura, è stato assessore ai Lavori pubblici nella Giunta Pigliaru sino a quando ha sbattuto la porta, il 29 maggio del 2017. È il fondatore e leader del Partito dei sardi, che l'ha designato candidato alle presidenza della Regione dopo le Primarias di dicembre alle quali hanno partecipato oltre 20mila persone.

Perché il suo chiodo fisso è la nascita di una Nazione sarda?

"In 70 anni di autonomia abbiamo provato a cambiare la Sardegna per parti. Oggi si deve prendere atto che senza i poteri necessari al nostro sviluppo non riusciamo a guardare al futuro della nostra isola. Non abbiamo poteri sulle servitù militari, sul Fisco, sui trasporti. Per fare la gara sulla continuità territoriale dobbiamo essere consultati dal Governo a cui dobbiamo concedere l'intesa. Troppo poco per garantire l'accessibilità all'Isola: dobbiamo ottenere porti e aeroporti. Per questo rimango dell'idea che l'impegno più forte debba essere quello di cambiare la struttura dei poteri dell'Isola".

Come conquisterebbe porti e aeroporti?

"Se fossi il presidente della Regione chiederei al Consiglio regionale di approvare una legge istitutiva del Comitato di liberazione nazionale della Sardegna con dentro tutti i sindaci e i consiglieri regionali. Noi abbiamo bisogno di governare i poteri che abbiamo e di mobilitarci per averne di nuovi. Porti e aeroporti saranno nostri solo se scenderemo in piazza più volte, come è accaduto col muro di Berlino. Serve un presidente della Regione che mobiliti e sia pronto a pagare di persona se ci sono dei costi da pagare".

Lei ha attaccato duramente la Giunta sulla Sanità. Perché è stato così netto solo a posteriori?

"Non è vero. Il Partito dei sardi si è opposto a tante cose, ad esempio alla nascita dell'azienda unica regionale".

Per quale ragione?

"Perché concentra troppi poteri nelle mani di una sola persona. Non credevamo che Moirano sarebbe stato indipendente dalle consorterie e i fatti lo confermano".

Quali fatti?

"Gliene cito uno: se il direttore generale della Sanità, che controlla Moirano, partecipa a una selezione promossa da Moirano e la vince, si crea quel corto circuito tra controllore e controllato che non dà la certezza di vivere in un sistema meritocratico. Questo l'abbiamo detto prima durante e dopo la mia permanenza in Giunta".

Vi siete opposti anche alla legge Urbanistica, poi naufragata. Perché?

"Perché abbiamo una visione della Sardegna differente. La nostra è una Sardegna semplice, non oppressa dalla burocrazia, che restituisce i poteri ai Comuni, che rende intangibile la fascia dei 300 metri, che consente in maniera sostenibile la residenza delle persone nell'agro. Questa semplicità deve essere tradotta in norme che devono essere comprese dai cittadini"».

Lei sostiene che la nuova frontiera umanitaria sia non avere più redditi sotto i mille euro. Come?

"I salari scendono perché il vero potere non è più nelle mani degli Stati o delle aziende ma di pochissime aziende planetarie che non sono regolate da alcun diritto. Il presidente della Regione si deve confrontare con questi poteri invisibili e mobilitare la gente. Diversamente, i salari caleranno ancora".

Lei usa dire che per essere minoranza bisogna essere più bravi degli altri. Che cosa intende?

"Noi non facciamo figli non perché siamo poveri ma perché riteniamo che il futuro sia chiuso. Per riaprirlo c'è bisogno di persone che guidino i sardi e siano da esempio. Quando gli inglesi privarono gli indiani del loro sale Ghandi guidò la marcia del sale e disse: andiamo a prenderci tutti un granellino. Se i sardi organizzassero una rivolta fiscale togliendo un euro dalla loro denuncia dei redditi, forse si capirebbe quanto è ingiusto che la Sardegna abbia lo stesso fisco della Lombardia che ha un Pil pro capite superiore del 45%".

A proposito di fisco: l'Agenzia sarda delle entrate, istituita grazie a una vostra iniziativa legislativa, stenta a decollare. Perché?

"Non concordo. La stanno organizzando ma ricordo che siamo in Italia, il Paese in cui le leggi non sono fondate sulla fiducia ma sul sospetto".

A che cosa serve l'Agenzia?

"A invertire il flusso delle Entrate: oggi è lo Stato che ci restituisce i soldi, con l'Agenzia delle entrate saremo noi a versare allo Stato ciò che gli spetta. Ciò che è successo in questi anni non sarebbe accaduto se avessimo varato prima l'agenzia".

Claudia Zuncheddu di Sardigna libera ha fatto l'ennesimo appello all'unità dell'indipendentismo e del ribellismo.

"Io non mi sento un ribelle. Ho studiato tutta la vita per non esserlo. Dobbiamo studiare per determinare cambiamenti durevoli, che non sono mai prodotti dalle ribellioni ma dalle grandi mobilitazioni di massa. Le uniche, in questi cinque anni, le abbiamo promosse noi. L'ultima volta è stata con le Primarias a cui hanno partecipato 21mila persone. Questo è il modo di unirsi: non attorno a un tavolo ma nella militanza civile e sociale. Ed è questo che porta il Partito dei sardi a non aver paura del quorum".

Fabio Manca

© Riproduzione riservata

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