CRONACA - MONDO

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Italiano in carcere ad Abu Dhabi: "Sto morendo". La sua compagna chiede aiuto

Monia diffonde le parole di Massimo Sacco, in cella per "10 grammi di cocaina" da quasi un anno in attesa di giudizio
un carcere (foto pixabay)
Un carcere (foto Pixabay)

"Qui sto morendo". Poche disperate parole dette da Massimo Sacco alla compagna. L'italiano si trova in carcere ad Abu Dhabi, negli Emirati, dal marzo dell'anno scorso.

Tuttora è in attesa di giudizio per l'accusa di traffico internazionale di stupefacenti, ma lui si è sempre proclamato innocente.

Soffre di microcitemia e negli ultimi giorni le sue condizioni sono peggiorate. È riuscito a parlare al telefono con Monia, la sua compagna, e le ha chiesto di parlare con l'avvocato e di attirare in qualche modo l'attenzione dell'opinione pubblica in Italia.

La donna, quindi, ha preso contatti con "I Lunatici", trasmissione di Rai Radio2, e ha consegnato la registrazione della telefonata ricevuta da Massimo.

"Il mio stato di salute è giunto ormai al collasso, sono stato sottoposto a un esame del sangue che dimostra la presenza di una devastante microcitemia - si sente - Il direttore del carcere gioca da tre mesi con la mia vita, sono stato sottoposto ad una ecografia alla milza che sta assumendo delle dimensioni spropositate. Rischio che a breve la mia malattia si trasformi in una leucemia. La situazione è diventata drammatica e solo adesso stanno cercando di metterci una toppa. Vorrebbero curarmi dandomi del ferro, ma questo equivarrebbe a condannarmi a morte. I dottori degli Emirati Arabi non sanno neanche cosa sia la microcitemia, che pur essendo una grave forma di anemia non va in nessun modo curata con il ferro. Non ho più parole".

Sacco spiega anche di "aver rifiutato di prendere farmaci che mi avrebbero fatto morire" e di essere "stato sottoposto a torture atroci da parte delle guardie carcerarie, riportando contusioni in tutto in corpo, incrinazione di tre costole, scosse elettriche ai genitali. A seguito delle scosse elettriche ricevute ai genitali il testicolo sinistro ha assunto le dimensioni di un'arancia, mi procura un dolore atroce e mi impedisce di camminare. Io spero di poter tornare quanto prima in Italia, sempre che non muoia in carcere. Sono in carcere da 12 mesi, senza nessuna sentenza, senza alcun diritto umanitario. Ho subito botte, soprusi, angherie".

Quando è finito in manette, ricorda, "ero titolare unico di una società di ristrutturazione negli Emirati con appalti milionari. Dopo il mio arresto, con accusa di traffico internazionale di stupefacenti, per 10 grammi di cocaina, senza nessuna prova oggettiva, hanno fatto di tutto per farmi confessare. Ho subito ricatti e botte atroci".

"Hanno costretto anche la mia compagna, del tutto estranea alla vicenda, a spogliarsi nuda davanti a 10 agenti, tutti uomini, l'hanno costretta ad andare con loro in carcere per una intera notte, il tutto per estorcere a me una falsa dichiarazione, per farmi dire in cambio del suo immediato rilascio che quella droga l'avevo presa in Italia".

"Io ci muoio qui. Ho i giorni contati, ho i giorni contati. Ti amo da morire, prova a salvare la mia vita. Vengo a casa lungo. Aiutami", conclude.

(Unioneonline/s.s.)

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