CRONACA - ITALIA

dieci anni fa

"Io non c'entro": quando Battisti provò a "infamare" l'ex compagno sardo Masala e gli altri Pac

Nel 2009 terrorista scrisse una lettera dalla latitanza: "Fu solo colpa loro". E i suoi ex sodali replicarono: "Noi abbiamo pagato, tu no"

"Non sono responsabile per nessuna delle morti di cui sono accusato e so che il dolore che hanno causato è immenso ancora oggi".

Così diceva Cesare Battisti, nel gennaio 2009, in una lettera scritta durante la latitanza in Brasile, cercando di convincere le autorità di essere estraneo ai quattro omicidi per cui la giustizia italiana lo aveva condannato a due ergastoli.

"Non sono mai stato un sanguinario" sosteneva inoltre l'ex terrorista rosso, esponente di spicco dei Proletari armati per il comunismo, una delle tante formazioni che negli anni Settanta avevano deciso di sposare la causa della lotta armata in nome della Rivoluzione.

E indicava in altri i responsabili, accusandoli di aver contrattato sconti di pena in cambio della propria collaborazione con la giustizia.

Alcuni dei suoi compagni di allora, però, decisero di rispondergli a tono, con un'altra lettera che fece scalpore, finendo sulle pagine di tutti i giornali dell'epoca.

A firmare la missiva furono Sebastiano Masala, di Nule, che negli anni Settanta viveva a Milano; Giuseppe Memeo; e Pia Ferrari, moglie di un altro ex Pac, Gabriele Grimaldi (che era morto nel 2006).

Tutti e tre implicati in una delle azioni violente commesse dal gruppo, nel corso di una rapina di "auto-finanziamento": l'omicidio del gioiellIere Pierluigi Torregiani, avvenuto a Milano il 16 febbraio 1979. Un raid dove venne ferito anche il figlio della vittima, Alberto, che aveva 15 anni, e che da allora rimase in sedia a rotelle.

"Per i drammatici fatti che ci videro coinvolti 30 anni fa venimmo condannati e abbiamo pagato, non barattando la nostra libertà con quella degli altri", scrissero Masala, Memeo e la vedova Grimaldi nella loro controlettera. Aggiungendo: "Troviamo infamante che Cesare Battisti ci qualifichi come collaboratori di giustizia o pentiti".

Ancora: "Siamo stati condannati a 30 anni di reclusione ciascuno, a differenza dei pentiti che se la cavarono con qualche annetto di protezione da parte dello Stato".

Poi la chiosa: "Abbiamo scontato la pena fino all'ultimo minuto usufruendo dei benefici, previsti dall'ordinamento penitenziario per tutti i detenuti".

A dieci anni di distanza, ora che è stato catturato, nessuno scaricabarile potrà sottrarre l'ormai ex latitante alle sue responsabilità.

(Unioneonline/l.f.)

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