CRONACA SARDEGNA - CAGLIARI

l'inchiesta

Capimafia e carceri d'oro: Uta, 100 milioni per un flop di Stato

Per la Procura la spesa è di 80 milioni di euro anche se poi, da quello che emerge, le opere vere e proprie ammonterebbero a 60 milioni

Don Luchino non l'avrà presa bene. Lui, Leoluca Bagarella, cognato del Capo dei capi Totò Riina, ci sperava. Voleva a tutti i costi lasciare gli scantinati del 41 bis del carcere di Bancali a Sassari. Già si immaginava con cella vista lago, carico di veleni, sul proscenio di Monte Arcosu. A gennaio scorso per protestare contro quella tumulazione da vivo si era avventato come una bestia sull'orecchio di un agente del Gom, il nucleo speciale della polizia penitenziaria delegato a trattare i capimafia per eccellenza. Settantotto anni di mani sporche di sangue, capace di riempire di tritolo un tunnel sotto la strada per Capaci e far saltare per aria, con un click del telecomando nelle mani di Giovanni Brusca, il simbolo della lotta alla mafia, Giovanni Falcone. Bagarella voleva a tutti i costi andarsene da Sassari e quel balzo canino sul volto dell'agente speciale fu un'azione selvaggia, l'ennesima, contro le condizioni della detenzione senza luce e senza aria nelle celle dei boss nel carcere di Bancali. Gli è andata male, anche a lui. La cittadella di Uta dedicata ai capi dei capi resterà una chimera ancora a lungo. E del resto non andò meglio al marito della sorella Antonietta. La "Belva", quel Totò Riina che, insieme al cognato Don Luchino Bagarella fece saltare per aria l'Italia con la strategia stragista della mafia, avrebbe dovuto finire i suoi giorni nel carcere di Uta. Voleva a tutti i costi lasciare il carcere di Parma, dopo aver assaporato il bunker dell'Asinara e quello milanese di Opera.

Riina e Bagarella

L'ipotesi di spedirlo in Sardegna era ribalzata come strategia del dipartimento penitenziario per inaugurare la nuova Caienna sarda. Il progetto naufragò miseramente. Allora, come oggi, quel reparto ideato per sbattere in terra sarda i più efferati criminali della guerra di mafia era un cantiere, perenne. Totò Riina schiattò a Parma il 17 novembre del 2017 senza aver mai visto le suite della cittadella d'oro di Uta. Il cognato de "la bestia", Leoluca Bagarella, erede della cosca più potente dei Corleonesi, resterà a Sassari, così come tutti i boss mafiosi che avevano già le valigie pronte per raggiungere la Sardegna. Nei bunker di Uta, a due passi dalle pale eoliche e dalle distese di pannelli fotovoltaici dell'area industriale di Macchiareddu, i lavori non sono mai finiti. Il piano carceri d'oro non si smentì: il cantiere trasformatosi in fabbrica infinita di perizie, revisioni prezzi, collaudi dimenticati e pagamenti senza verifiche divenne oggetto di studio. Ad occuparsene direttamente la Procura della Repubblica di Cagliari. Inchiesta a tutto tondo su una montagna di soldi pubblici spesi chissà come per una cattedrale nel deserto, alle pendici del parco di cervi e mufloni, sulla seconda avenue dell'area industriale nata per far posto alla chimica. Il 30 ottobre 2013 la consegna al Ministero della Giustizia. Si aprono le sezioni detentive maschile e femminile. Le proteste, però, non mancano, l'acqua che filtra dai tetti, disservizi e soprattutto personale carente. I collaudi sono tabù. La magistratura ad ottobre scorso ha chiuso le indagini. Le parole chiave dell'inchiesta si sintetizzano: lavori «mai eseguiti oppure pagati due volte». Accuse imponenti: vengono riscontrate opere «non conformi» e una lunga lista di interventi-fantasma che hanno fatto sborsare allo Stato una valanga di milioni.

Il muro dei 100 milioni

Il quadro finanziario del carcere di Uta è complesso: per la Procura la spesa è di 80 milioni di euro anche se poi, da quello che emerge, le opere vere e proprie ammonterebbero a 60 milioni. Venti milioni di peculato ipotizzati dagli uffici di piazza Repubblica nell'inchiesta del pubblico ministero Emanuele Secci. Dodici gli indagati con tanto di avvisi di conclusione delle indagini preliminari. Si parla di tutto nei capi d'accusa: dalla frode in pubbliche forniture al falso e favoreggiamento. Tra tutte le pecche, però, ve ne era una che balzava agli occhi: la mancata realizzazione dell'ala per i detenuti in regime di alta sicurezza, il cosiddetto 41 bis, le celle dei capimafia. L'hotel senza via di scampo, muri antifuga, cemento armato a manetta, era previsto a chiare lettere nel capitolato d'appalto. Doveva essere fatto con quello stanziamento indicato nel bilancio dello Stato. E invece niente. Riina è morto e Bagarella avanza con gli anni. Il blitz di martedì di Bernardo Petralia, magistrato antimafia, chiamato tre mesi fa a guidare il Dipartimento delle carceri del ministero della Giustizia, è naufragato in un clamoroso nulla di fatto. Voleva a tutti i costi inviare a Uta una valanga di capimafia che da tempo sconquassano la vita nelle supercelle dei boss in giro per l'Italia. Al ministero hanno persino stilato una lista d'attesa per i detenuti da spedire nel sud dell'Isola. Da sistemare ci sono i 41 bis del carcere di Novara, in subbuglio da tempo e soprattutto quelli di Milano "Opera" con 94 capimafia e a L'Aquila con 166. Nomi di spicco, vertici assoluti delle più criminali organizzazioni del malaffare. In ballo ci sono i capi clan, 263 della Camorra, 231 di Cosa nostra, 202 esponenti di 'Ndrangheta e 21 della Sacra Corona Unita.

Il flop del piano d'estate

Petralia con il suo vice Roberto Tartaglia speravano di portare a casa le 110 postazioni per gli eredi di Provenzano, Riina, Cutolo e Zagaria. E, invece, nulla di fatto. La vista ai loro occhi è stata disarmante. Struttura in altissimo mare. Il cantiere per la costruzione del padiglione per il regime speciale è fotografato dal garante dei detenuti che nella relazione al parlamento scrive: un grande spreco di beni e strutture, come per esempio la cucina già attrezzata, mai utilizzata e in via di deterioramento (vi sono apparecchi per la conservazione e la cottura di alimenti anch'essi abbandonati). Nell'area esterna sono accumulati, inoltre, i materiali già acquistati per i lavori mai finiti (tondini di ferro, piastrelle, cavi, mattoni e così via), macchinari (compresa una gru): il tutto è stato trovato in abbandono e deterioramento, mentre all'interno dell'edificio i lavori erano interrotti da tempo. Il locale cucina è invece completo con tanto di attrezzature per la conservazione e la cottura del cibo, anch'esse abbandonate a loro stesse. Tutto fermo nonostante il quadro economico abbia vertiginosamente sfondato il muro dei 100 milioni.

La lista della spesa

Il bilancio finanziario è degno dell'epoca delle carceri d'oro. Stanziamenti per 94,536 milioni di euro, a fronte di una disponibilità di 89,8 milioni di euro da parte del ministero delle Infrastrutture. Da sommare altri 3 milioni di euro per i lavori di completamento e gli allacci, somme aggiuntive per 1,4 milioni di euro per maggiori costi dei materiali e 3,3 milioni di euro in seguito ad una transazione con l'impresa. Il reparto che sarebbe dovuto essere di Don Luchino Bagarella resta, però, un'incompiuta. Mancano le strutture sanitarie che non possono in alcun modo essere condivise con il resto della struttura carceraria. Sia a Sassari, dove sono già 90 i boss, sia a Cagliari manca il SAI, il Servizio di Assistenza Intensiva, struttura ritenuta obbligatoria per i detenuti in regime di Alta sicurezza o ex articolo 41 bis o.p. Il garante lo scrive senza mezzi termini: nonostante la forte presenza di un elevato numero di soggetti pericolosissimi in regime di alta sicurezza o 41 bis in tutta la regione sarda non esiste la struttura sanitaria obbligatoria dedicata a questi casi.

Petralia è ripartito cupo in volto. Ha capito che i tempi per la conclusione di quel braccio del "fine pena mai" gli faranno saltare il blitz d'estate in terra sarda.

Sindacati sul piede di guerra

A rovinargli ulteriormente la trasferta nell'agognata Caienna sarda arriva il documento unitario di tutte le sigle sindacali della polizia penitenziaria sarda. Parole di fuoco e una dichiarazione esplicita di guerra a decisioni calate dall'alto senza confronto. Le organizzazioni dei lavoratori avevano chiesto da tempo un incontro con i vertici del dipartimento. I missionari del Ministro della Giustizia li hanno ignorati come non mai. La reazione non si è fatta attendere: «Il capo del Dap - scrivono i rappresentanti degli agenti - ha perso un'occasione per confrontarsi e conoscere le vere esigenze operative del personale. Continuano ad essere assegnati in regione detenuti che nella penisola si sono rivelati ingestibili, hanno aggredito il personale o si sono resi protagonisti di rivolte ed hanno fomentato evasioni e disordini. Se effettivamente a breve arriverà l'incremento dei detenuti appartenenti al 41 bis, senza prevedere l'aumento dell'organico di Polizia Penitenziaria deficitario di circa 450 Agenti, con soli 4 Direttori e con Istituti privi di Comandanti, si rischia il tracollo. Questi atteggiamenti - conclude il documento - ci portano indietro nel tempo. Se il buon giorno si vede dal mattino per la Sardegna è già notte fonda».

Mauro Pili

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