CULTURA

l'intervista

"Mio padre, medico ebreo, cacciato dalla Marina militare a Cagliari per le leggi razziali"

Il congedo con disonore perché ebreo, il coraggio di ricominciare, la necessità e l'orgoglio di riavere quello che gli era stato portato via (e che non gli fu mai restituito): Mirella Coen racconta la storia di suo padre Danilo
danilo coen in una foto di famiglia (foto concessa)
Danilo Coen in una foto di famiglia (foto concessa)

"Fra gli ufficiali di questo Comando Marina risulta esservi il Ten.Medico Dr. Danilo Coen, in servizio attivo permanente, di razza ebrea, di origine e religione professata".

C'è il timbro del 19 agosto 1938 in questo inedito documento su carta ormai ingiallita (scovato dall'associazione Memoriale Sardo della Shoah diretta da Alessandro Matta) della Regia Marina, Comando Marina di Cagliari: argomento "Informazioni", in viola chiaro 7 lettere "Segreto". Si era acceso un faro su quell'uomo che era stato spedito in Sardegna con il grado di Maggiore della Marina Militare.

Solo pochi giorni dopo, il 5 settembre del 1938, 83 anni fa, sarebbe stata pubblicata la prima delle leggi razziali fasciste che avrebbero cambiato la vita di migliaia di persone. E tra loro anche quella di Danilo Coen: era ebreo, non poteva più servire il suo Paese. Così fu cacciato dalla Marina e costretto a emigrare in Marocco.

La sua storia la racconta la figlia Mirella Coen, 68 anni, nata grazie al coraggio del padre di ripartire da zero a trent'anni. Nato ad Ancona, figlio di un rabbino, Danilo Coen si era trasferito a Napoli per gli studi di medicina: "Avrebbe voluto fare il neurologo ma gli fu impedito perché era ebreo", spiega Mirella. Poi il concorso vinto in Marina: "Era giovanissimo e fu reclutato per la Guerra di Spagna come volontario".

Come si ritrovò in Sardegna?

"Fu spedito a Cagliari per lavoro negli anni Trenta. Prima di Cagliari, durante i suoi viaggi forzati nel Mediterraneo, era stato anche in Marocco. Lì, durante una festa all'ambasciata italiana conobbe mia madre, ebrea marocchina. Continuarono a scriversi, conservo ancora i loro carteggi, quando lui tornò in Italia".

Danilo Coen a Cagliari, aprile 1938 (foto concessa)
Danilo Coen a Cagliari, aprile 1938 (foto concessa)

Poi cosa accadde?

"L'impensabile. Fu congedato dalla Marina, non sapeva dove andare, improvvisamente era un "nemico della Patria". Decise di tornare in Marocco, sperando che quella bella ragazza lo stesse ancora aspettando e che potesse ricominciare tutto con lei al suo fianco. Fu così, si sposarono, e siamo nate io e mia sorella".

Il resto della famiglia di suo padre dov'era?

"Mio nonno paterno e la famiglia di mio zio in quegli anni bui si rifugiarono in Città del Vaticano. Di giorno erano costanti i rastrellamenti casa per casa e loro ogni mattina uscivano, vagando per le strade e sperando di non essere notati. Un giorno, mi raccontò mio padre, tornando a casa videro gli ufficiali fascisti uscire dalla loro porta. Erano terrorizzati, pensavano di essere stati traditi".

E invece?

"La donna che li ospitava, la signora Maria, li salvò: disse loro che i Coen li conosceva bene ma da tempo erano andati via, forse si erano trasferiti in campagna. Li convinse, se ne andarono, e loro furono lasciati in pace".

Il documento scovato dal Memoriale Sardo della Shoah di Cagliari (foto concessa)
Il documento scovato dal Memoriale Sardo della Shoah di Cagliari (foto concessa)

Tornando a voi, come furono gli anni in Marocco?

"Papà potè tornare a fare il suo lavoro di medico. Ricordo che si occupava di tutti, al mattino veniva a prenderlo un infermiere con la jeep e insieme giravano i paesini più sperduti per medicare e soccorrere chiunque. Aveva anche un suo ambulatorio".

Lei e sua sorella vi sentivate integrate?

"Tangeri all'epoca era un posto all'avanguardia. C'erano marocchini, italiani, spagnoli, francesi, olandesi, e così moschee, sinagoghe, arabi, ebrei, cristiani. Non avevamo alcun problema di convivenza, era un posto ricchissimo di vita e di cultura, come non ne ho mai più visti".

Danilo Coen (foto concessa)
Danilo Coen (foto concessa)

Quando siete tornati in Italia?

"Quando le cose si misero male in Marocco: avevano nazionalizzato tutto, non c'era più spazio per gli europei. Era il 1965, io avevo tredici e anni e mia sorella venti. Ci trasferimmo a Torino. Mia sorella studiava all'università, io fui iscritta in una scuola ebraica".

Come andò il trasferimento?

"Fu molto complicato all'inizio, io parlavo spagnolo e francese. Neanche una parola di italiano. Però sono stata molto a contatto con gli ebrei, ho conosciuto Primo Levi, mio figlio andava in classe con suo nipote. Leonardo De Benedetti, sopravvissuto anche lui ad Auschwitz, era un caro amico di famiglia".

Suo padre come ha vissuto il rientro in un Paese molto diverso da come lo aveva lasciato?

"Papà era deluso e arrabbiato per il trattamento subito in Italia. Nei suoi ultimi anni di vita si impegnò per essere reintegrato nella Marina, con un grado superiore. Voleva ricostruire la carriera come perseguitato razziale. Ricordo che andava a Roma, faceva anticamera per ore davanti agli uffici dell'allora presidente della Repubblica Giovanni Leone, per rivendicare un suo diritto. Non era stato lui a lasciare la Marina, meritava il reintegro".

Con la figlia (foto concessa)
Con la figlia (foto concessa)

Come finì la pratica?

"Con un rifiuto. L'unica magra consolazione è che papà non ebbe questo dolore, perché la lettera arrivò dopo la sua morte avvenuta nel 1978".

Lei ha seguito le orme di suo padre...

"Sì, da lui ho ereditato la passione per la medicina. Sono un medico, ho lavorato per tanti anni all'ospedale Le Molinette di Torino. Oggi sono in pensione e indovini un po'? Mi sono trasferita in Sardegna, a Golfo Aranci, da pochi mesi. Un paradiso da cui non ho intenzione di allontanarmi".

L'antisemitismo serpeggia ancora in Italia, cosa pensa degli atti di violenza contro gli ebrei?

"Purtroppo è segno di ignoranza. Molti neanche sanno distinguere gli ebrei dagli israeliani, non hanno idea di cosa sia la religione ebraica. Si accaniscono sugli ebrei e non sanno chi sono. Penso che parlarne e informare sia un bene, e voglio raccontare la storia di mio padre anche per questo".

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