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approfondimento

E se tornassimo a imparare le poesie a memoria?

Se non vi piacciono i versi, diceva Eco, provate "con le formazioni dei calciatori"
italo calvino (archivio l unione sarda)
Italo Calvino (Archivio L'Unione Sarda)

Quando il grande poeta russo Josif Brodskij, che aveva lasciato l'Unione Sovietica nel 1972 per stabilirsi negli Stati Uniti, teneva un corso alla Columbia University o in un college, obbligava i suoi studenti a imparare a memoria almeno duemila versi. Duemila.

ROBA DA BAMBINI? Chi appartiene alla mia generazione (sono nato nel 1969) ha molto probabilmente fatto l'esperienza dell'apprendimento a memoria alle scuole elementari. Più avanti, durante gli studi secondari, le poesie sono scomparse e al loro posto c'erano i testi: non si trattava più di imparare a memoria ma di smontare, analizzare, trovare le connessioni nascoste, i collegamenti a distanza, i percorsi sotterranei. Tutte cose utilissime e necessarie. A quel punto, però, l'umile pratica di ripetere e memorizzare divenne una pratica fuori moda, una cosa da bambini ma anche, al tempo stesso, una passione da anziane e care zie (magari somiglianti alla maestra), una "piccola cosa di pessimo gusto" da liquidare con un'alzata di spalle.

E si è finito per buttare il bambino con l'acqua sporca: fino a qualche generazione fa in tutta Italia si conservava una memoria orale dei capolavori. C'era gente che ricordava interi canti della Divina Commedia o della Gerusalemme liberata e in Sardegna sequenze di ottave di Remundu Piras o Peppe Sozu.

Esercizio fine a se stesso? Niente affatto.

Un libro sfogliato dal vento (Archivio L'Unione Sarda)
Un libro sfogliato dal vento (Archivio L'Unione Sarda)

IL TALISMANO DI CALVINO Ormai più di vent'anni fa, sulla Rai, venne trasmessa un'intervista a Italo Calvino, realizzata nel 1981. Allo scrittore delle Cosmicomiche e delle Città invisibili l'intervistatore, Alberto Sinigaglia, chiedeva tre consigli (tre "talismani") per il 2.000 (era l'epoca in cui il 2.000 incarnava a cifra tonda il futuro). Calvino ci pensò su un attimo (le domande, evidentemente, non erano concordate) e imprevedibilmente suggerì come prima cosa: "Imparare delle poesie a memoria. Molte poesie a memoria. Da bambini, da giovani, anche da vecchi, perchè quelle fanno compagnia: uno se le ripete mentalmente... Lo sviluppo della memoria è molto importante".

LA PIU' ANZIANA DELLE MUSE Qualche anno dopo la realizzazione di quell'intervista vennero tradotti in italiano alcuni saggi del poeta Brodskij, raccolti nel libro "Fuga da Bisanzio". In uno dei saggi Brodskij ricordava che "la madre di tutte le muse era Mnemosine, la musa della memoria, e un componimento poetico (si tratti del più breve o di un poema epico) dev'essere mandato a memoria per sopravvivere". I versi, sul foglio, sono come una partitura in attesa di essere eseguita: è quando vengono detti (attenzione: non "letti" ma detti, pescati sillaba dopo sillaba dal pozzo della memoria) che si rivelano per quello che sono, ovvero manifestazioni del linguaggio spinto al massimo della sua capacità di convogliare senso (parliamo dei buoni versi, naturalmente, quelli che del linguaggio sfruttano al meglio le potenzialità sonore, ritmiche, evocative). E solo quando sono custoditi nella memoria i versi vivono davvero e fruttificano.

Scrittura (Archivio L'Unione Sarda)
Scrittura (Archivio L'Unione Sarda)

VERSI BRUCIATI Brodskij, da giovane, dopo aver scontato una condanna ai lavori forzati perché, in quanto poeta, era considerato "parassita sociale", era stato alla corte della grandissima poetessa Anna Achmatova, una che (come il suo caro amico Osip Mandel'stam) durante gli anni crudeli delle purghe staliniane le poesie non le lasciava scritte ma si limitava ad affidarle alla memoria sua e di qualche amica fidata: la andavano a trovare a casa, lei passava loro in silenzio dei foglietti con alcuni versi, le amiche li memorizzavano e il foglietto veniva restituito alla poetessa che lo bruciava in un portacenere. All'epoca (un'epoca carnivora, diceva la Achmatova, da lupi, diceva la vedova di Mandel'stam, Nadedza) nell'Unione Sovietica per una poesia si poteva essere fucilati o spediti in un gulag, come capitò al povero Mandel'stam, che morì prima ancora di arrivare a destinazione. Si racconta che nei suoi ultimi giorni, nello squallore e nel gelo di una stazione di transito vicino a Vladivostok, Mandel'stam dicesse a voce alta versi di Dante e Petrarca: li amava tanto che aveva imparato l'italiano apposta.

LE PAROLE DECISIVE In punto di morte, ha lasciato scritto Brodskij, quando saremo allo stremo delle forze e non avremo nemmeno quelle per leggere, a venirci in soccorso per affrontare il passaggio più difficile saranno le parole che avremo imparato a memoria. Meglio se dei buoni versi.

Umberto Eco (Archivio L'Unione Sarda)
Umberto Eco (Archivio L'Unione Sarda)

UN AIUTO CONTRO L'ALZHEIMER Esagerato? Proviamo a volare più basso e ad avvicinarci ai giorni nostri, cioè a un'epoca in cui la memoria si misura in giga ed è prevalentemente appaltata a dispositivi esterni. Pochi anni fa Umberto Eco rivolse una lettera aperta al nipotino, incentrata su un consiglio ben preciso: "La memoria è un muscolo come quelli delle gambe, se non lo eserciti si avvizzisce e tu diventi (dal punto di vista mentale) diversamente abile e cioè (parliamoci chiaro) un idiota. E inoltre, siccome per tutti c'è il rischio che quando si diventa vecchi ci venga l'Alzheimer, uno dei modi di evitare questo spiacevole incidente è di esercitare sempre la memoria. Quindi ecco la mia dieta. Ogni mattina impara qualche verso, una breve poesia, o come hanno fatto fare a noi, "La Cavallina Storna" o "Il sabato del villaggio". E magari fai a gara con gli amici per sapere chi ricorda meglio. Se non ti piace la poesia - concludeva con un occhiolino Eco - fallo con le formazioni dei calciatori".

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