OPINIONI - PAOLO MANINCHEDDA

Paolo Maninchedda
L'intervento

Resistere in Sardegna

L a nave del mondo procede senza rotta, il gozzo sardo sta alla fonda per la bussola rotta. Si potrebbe rappresentare così il drammatico presente della Sardegna e non si sbaglierebbe. Il problema è come viverci, perché servono doti di resistenza per le quali non si viene più educati.

Chi è un resistente? È il nemico del branco. È colui che quando tutti si perdono dietro il modello mondano dell'uomo ricco, potente e vincente, si separa dai luoghi e dai modi della mondanità e sceglie di perdere e di vivere la dignità della differenza perdente, nella quale c'è più libertà di quanto non si immagini. Mandela andò in carcere perché volle perdere, per vincere.

Il resistente è colui che sa che non si può essere per un solo giorno contro la volgarità del modello proposto, per esempio, da Briatore, e per tutti gli altri scimmiottarlo. Il proprietario del Billionaire non è peggiore di chi ha frequentato il suo locale; resistere a questo mondo vuol dire non frequentarlo nell'anima e nei luoghi. Il resistente è colui che quando gli apparati dello Stato individuano le vittime da dare in pasto alla ferocia dell'opinione pubblica, scende nell'arena e le difende con le mani e con i denti, a costo di morirci. È l'avvocato che non va a pranzo con i magistrati o ci passa le vacanze; è colui che combatte per la giustizia, non la negozia a cena. È lo studente che studia e non compra né diplomi né lauree. È il professore che non promuove chi non lo merita. È il ricercatore che non copia.

È l'ufficiale che controlla l'operato dei suoi sottoposti e non lo copre quando è errato, anzi lo sanziona.

È il magistrato che non si gira dall'altra parte quando i reati sono commessi dai suoi colleghi o dai potenti affini.

Ancora, è l'uomo politico che non passa le vacanze da ospite non pagante di grandi gruppi turistici, che non traffica in spuntini e promesse, stipendi e promozioni, che non usa le cariche conquistate per vivere in modo comodo e parassitario, ostentato e opulento, vigliaccamente appoggiato sulle carte di credito delle banche e sui debiti disseminati e non pagati facendo affidamento sulla debolezza legale e sostanziale dei creditori.

Il resistente è colui che quando preti e vescovi si fanno prendere dall'idea malsana di essere classe dirigente, va a messa per ricondurli a essere classe divergente e resistente, come fu in principio e sarà per sempre.

Il resistente è colui che quando tutti smettono di pensare che la Sardegna vivrebbe molto meglio se fosse uno Stato, tiene vivo il desiderio, insegna a ricordare, combatte i nazionalismi e i globalismi, insegna ai giovani ad essere poliglotti, svela il volto dei nuovi dittatori finanziari e tecnologici, non si accompagna con i rassegnati, ma non li censura.

Resistere in Sardegna significa essere come i nuraghi: fermi e certi della propria esistenza, capaci di avvistare e accogliere ogni novità, responsabili della storia e dell'ambiente, ambiziosi di soddisfare un radicato desiderio di compimento di sé.

Il resistente è il modello faticoso di chi ha una rotta e non viene sopraffatto dalla meccanicità indifferente del mondo. E quando tutti si fermano perché non sanno più dove andare, perché travolti dalla sazietà volgare o dalla miseria incipiente, è compito di chi sa resistere, insegnare di nuovo a guardare avanti e a capire che per fare non occorre prendere, ma esistere come se niente fosse nostro, come se tutto si sveli quando si rinuncia a possederlo.

PAOLO MANINCHEDDA

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