OPINIONI - ALBERTO MINGARDI

Alberto Mingardi
L'analisi

Gli ostacoli alla ripresa

I l governo sta pensando di prolungare il divieto di licenziamenti oltre il mese d'agosto. Assieme all'estensione del perimetro della cassa integrazione, questo è stato lo strumento principale col quale lo Stato ha cercato di posporre gli effetti più drammatici della crisi. Nel mentre, l'esecutivo guidato da Conte si è distinto soprattutto per proclami e invocazioni rivolte all'Unione europea.

D i primo acchito, il divieto di licenziamenti appare una misura sensata. Il contrasto all'epidemia ci ha portato a spegnere l'economia italiana (con l'eccezione delle filiere ritenute essenziali). Per questa ragione, sono stati messi in campo una serie di provvedimenti d'impianto risarcitorio, per consentire alle imprese di evitare la chiusura, nonostante due mesi nei quali hanno subito l'equivalente di un'imposta del 100% sui ricavi. Con una mano lo Stato dà e con l'altra lo Stato prende: preservare i livelli occupazionali costituisce un obiettivo imprescindibile e tanto vale cercare di raggiungerlo nel modo più lineare, cioè proibendo di licenziare. In realtà, si tratta di un divieto che tutela solo una parte della forza lavoro: solo, cioè, i lavoratori che hanno un contratto a tempo indeterminato e non invece apprendisti e impiegati con un contratto a termine o lavoratori autonomi. Nella paura del naufragio, è normale che si cerchi di alleggerire la nave: il divieto ha però messo in una posizione ancora più difficile proprio quelli che sono i lavoratori più deboli e precari. Tuttavia l'impossibilità di licenziare è il più potente disincentivo ad assumere. Di fatto, stiamo “congelando” le imprese nella situazione in cui erano a gennaio, dal punto di vista degli occupati.

Il guaio è che da allora tutto il resto è cambiato. Ci sono settori, a cominciare da trasporti e turismo, che il Covid-19 minaccia di tenere in scacco chissà per quanto tempo. Ce ne sono altri, come logistica e distribuzione, che invece paradossalmente crescono, e potrebbero creare anche più occupazione: ma è improbabile si mettano ad assumere, causa le regole di diritto del lavoro.

I nostri ministri si compiacciono dell'effetto immediato del divieto di licenziamento: una disoccupazione fotografata dall'Istat all'8,4%, un valore che parrebbe straordinariamente favorevole visto il clima da apocalisse economica. Se non fosse che la vera notizia è che ad aprile il numero degli occupati è diminuito di 274 mila unità (un valore non troppo distante dalla somma degli abitanti di Cagliari e Sassari), che è, ha scritto Francesco Seghezzi (Adapt), «una variazione mensile mai vista negli ultimi decenni». Se non aumentano (formalmente) i disoccupati è solo perché le persone il lavoro non lo cercano più. E si riduce ulteriormente il tasso di occupazione.

C'è ben poco di cui essere contenti, anche pensando agli Stati Uniti dove la disoccupazione è schizzata dal 3 al 15% in poche settimane. Chiunque sia il Presidente, l'economia americana è molto flessibile: le persone possono perdere il lavoro con facilità ma anche con facilità ritrovarlo. La nostra è invece un'economia molto rigida. La diminuzione degli occupati in presenza del divieto di licenziamento testimonia la gravità della situazione: non hanno perso il posto soltanto i lavoratori a tempo determinato, ci sono già imprese che hanno cominciato a chiudere e anche molte partite Iva si sono arrese. Per questo, è tristemente sensata la fosca previsione del presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, che traguarda un autunno dove saremo allo stremo. La politica risponde ipotizzando interventi nel capitale delle imprese: risarcire, sostenere, per evitare la necessaria riallocazione delle risorse, per evitare di spostare persone da ambiti purtroppo resi impraticabili dal Covid ad altri nei quali invece ci potrebbero essere opportunità. È il sogno di mettere il Paese sotto una campana di vetro, lo stesso che anima politici ed “esperti” che vagheggiano un lockdown perenne. Invece purtroppo col virus bisogna imparare a convivere. L'alternativa è chiudere tutto, e non per ferie.

ALBERTO MINGARDI

DIRETTORE DELL'ISTITUTO

“BRUNO LEONI”

© Riproduzione riservata

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