The Gilded Age e la guerra delle due regine
La serie Hbo (su Sky) racconta la scalata sociale dei nuovi ricchi e la protagonista ispirata ad Alva VanderbiltPer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
È la serie tv che racconta l’ascesa dei nuovi ricchi, quella in cui nacquero le grandi fortune industriali americane guardate con disprezzo dalla vecchia aristocrazia, le old money families eredi delle ricche classi mercantili arrivate in America tra il 1600 e il ‘700. The Gilded Age, si chiama, è il period drama della Hbo (la terza stagione si trova su Sky) ambientato negli Stati Uniti tra il 1880 e il 1890, l’Età Dorata che trasformò il Paese nella prima potenza economica mondiale, quella che nel bene, nel male e nel molto male (come adesso con Trump) condiziona le sorti del mondo.
Una serie da vedere, consigliata a chi ama scoprire le dinamiche che muovono i periodi della Storia, ancor meglio se l’escursione comprende il costume e le vicende di personaggi più o meno in vista. Creata da Julian Fellowes, già autore di Downton Abbey (una garanzia), è straordinaria non solo per la cura dei dialoghi, dell’ambientazione e degli abiti, ma soprattutto perché molti dei personaggi sono ispirati a persone realmente esistite. Più che uno sfondo, è quasi di per sé un personaggio la via lungo la quale si snoda la trama del racconto, quella Fifth Avenue che proprio in quel periodo – lo stesso in cui la città diventava la capitale economica degli Stati Uniti - si trasformò nel quartiere delle famiglie più ricche del Paese.
I ricchi di prima generazione, diventati miliardari grazie all’industria e alla finanza, costruirono le loro gigantesche dimore sulla Quinta Strada facendo a gara per opulenza e magnificenza. È ciò che fa la famiglia Russell, evidentemente ispirata ai Vanderbilt, baroni delle ferrovie e dei trasporti, che – come tutti gli scalpitanti magnati del new money (tra gli altri i Rockfeller e i J.P. Morgan) – ostentavano la propria ricchezza per il desiderio di riconoscimento sociale da parte delle famiglie più antiche, quell’alta società che aveva codificato l’etichetta e fondato il proprio prestigio sulla reputazione.
È lo scontro tra aristocrazia e nuovi milionari, che viene raccontato nelle tre stagioni di The Gilded Age già andate in onda (la quarta è in lavorazione). Il momento in cui negli Stati uniti nasce il capitalismo moderno e, tra scandali (come il divorzio), pettegolezzi e ostracismi rientrati, cominciano a traballare le rigide regole sociali (anche se l’apparenza deve rimanere salva). La storia è imperniata sull’ascesa dei Russell: George (impersonato dall’attore Morgan Spector), affascinante magnate delle ferrovie e dei trasporti marittimi, e sua moglie Bertha (Carrie Coon), personaggio cardine di tutta la serie perché è lei che mostra in maniera plastica la natura dello scontro tra i nuovi e i vecchi ricchi, una competizione che aveva il fine ultimo dell’accettazione e del riconoscimento sociale.
Se la figura del marito è ispirata a Cornelius Vanderbilt e ancor più a Jay Gould (altro magnate delle ferrovie); Bertha Russell è invece modellata sulla figura di Alva Vanderbilt, moglie di William Kissam Vanderbilt, nipote di Cornelius, destinata in età matura a diventare una paladina delle suffragette e una finanziatrice del movimento per il voto alle donne, tanto che fu tra le fondatrici del National Women’s Party. Se l’attivismo politico non compare nella serie (per il momento almeno), emerge invece nel personaggio di Bertha la sterminata ambizione di Alva, e assistiamo allo sfoggio dei milioni con cui la signora ha sfondato le porte chiuse dell’alta società newyorchese.
La rivale principale (a New York le dame con la puzza sotto il naso erano tante) di Alva Vanderbilt fu Caroline Schermerhorn Astor (nella serie tv interpretata da Donna Murphy), esponente di una delle famiglie aristocratiche più in vista, ape regina dell’alta società e manovratrice dei Four Hundred, il cerchio magico che comprendeva solo 400 persone selezionate. Era lei che – assieme al suo consigliere Ward McAllister (l’attore Nathan Lane) - supervisionava gli inviti ai balli più prestigiosi e decideva dunque chi fosse socialmente accettabile.
Inutile dire che, per questa gran dama, Alva Vanderbilt non lo era. Mrs Astor non si faceva impressionare dallo splendore della villa di Manhattan sulla Fifth Avenue arredata con mobili originali della regina Maria Antonietta, né dalle residenze estive a Long Island e a Newport, tantomeno dagli strepitosi gioielli da sogno (fra i quali una collana di perle appartenuta a Caterina la Grande). L’aveva esclusa dal giro, punto. La signora Vanderbilt non veniva invitata ai balli e tanto meno a teatro, altra piazza dominata dall’ape regina dove i palchi erano appannaggio delle vecchie famiglie con i posti rigidamente assegnati. Al tempo, il centro della vita musicale a New York City era la Academy of Music, e proprio da questa rivalità nacque il Metropolitan Opera. Siccome erano esclusi dalla vita culturale della città, i nuovi ricchi – i Vanderbilt in testa – costruirono appunto il loro teatro che, nel giro di qualche stagione, divenne rapidamente il centro più importante della città.
Non aveva tenuto conto, Mrs Astor, della sconfinata ambizione e della testardaggine di Alva Vanderbilt. La quale, con un piano ben organizzato, finì per costringere l’ape regina alla resa. Nel 1883 organizzò un evento destinato a diventare leggendario: il gran ballo in costume dei Vanderbilt. Milleduecento invitati tra le famiglie più antiche e i nuovi ricchi, costumi storici, decorazioni spettacolari e un investimento di ben tre milioni di dollari. Le uniche a non aver ricevuto l’invito furono Mrs Astor e sua figlia Carrie, uno smacco enorme dal momento che un migliaio di invitati avevano confermato la propria presenza.
A quel punto Caroline Astor fu costretta a fare una visita ufficiale ad Alva Vanderbilt per chiedere l’invito. I nuovi ricchi avevano vinto, e a vincere fu soprattutto Alva che di lì a poco divorziò dal marito infedele e, ormai 42enne, sposò il ricchissimo banchiere e politico Oliver Belmont. Per lei cominciò una nuova vita (con una dote di 10 milioni di dollari), ma questa è già un’altra storia.
