Un fossile vivente è un organismo sfuggito all’evoluzione, ancora in circolazione anche se identico a quelli che esistevano molto, moltissimo tempo fa. Per uno zoologo individuarne uno può essere un trionfo, o comunque una scoperta memorabile.

Nicola Grandesso Silvestri, vicepresidente dell’Associazione Sarda Paratetraplegici dopo dieci anni di presidenza, fa il giornalista e quindi si occupa di un essere vivente piuttosto particolare, a tratti impetuoso nell’evolversi e in altri casi imprevedibilmente refrattario: la lingua italiana. Il fossile (quasi) vivente che ha individuato è il regolamento di polizia municipale di Cagliari vigente fino al 2023: una scoperta che ha utilizzato per illustrare più efficacemente “Le parole delle disabilità”, il corso di formazione per giornalisti che ha tenuto a fine novembre per iniziativa dell’Associazione della Stampa sarda.

Perché partire da quel fossile?

Mi sembrava interessante notare come ancora fino al 21 febbraio 2023, quando è stato adottato il nuovo regolamento di polizia urbana, fosse in vigore un testo che nel sommario parlava di “abbandono di fanciulli e storpi”. E poi l’articolo 55 diceva: “È proibito abbandonare a sé stessi, in pubblico luogo, ragazzi di età inferiore a cinque anni e gli individui di qualunque età impotenti a vedere, udire o comprendere”. E il titoletto recitava: “Abbandono di ragazzi e inabili”. Ora, a parte lo sforzo proto-giornalistico nell’evitare le ripetizioni, e quindi l’uso come sinonimi di “storpi”, “inabili” e “impotenti a”, è interessante notare come le persone cieche e sorde venissero equiparate per analogia ai bambini di cinque anni. Ricordo che nel 1933 i sordi non potevano votare, anche se maschi e di ceto superiore, perché il fatto di essere sordi li rendeva incapaci a parlare – non perché fossero muti ma per una questione cognitiva – e per questo venivano reputati incapaci di intendere e di volere. Il diritto di voto per i sordi è arrivato nel 1938, sempre durante il fascismo, grazie agli enormi sforzi di una persona che si chiamava Antonio Magarotto.

Nella conquista del diritto di voto i sordi hanno fatto comunque prima delle donne.

Effettivamente sì, è interessante anche questo.

Noi abbiamo tenuto in vigore questa versione del regolamento di polizia urbana fino a pochissimo tempo fa, eppure non rispecchiava da molto l’evoluzione linguistica della nostra società.

Non solo l’evoluzione linguistica ma in generale gli usi della popolazione, basta dire che in quel testo ci sono anche norme sull’esposizione della biancheria. Il punto è che nel ’33 una cosa del genere non credo abbia destato chissà quale scandalo, né per i termini che usava né per le analogie che stabiliva: durante il fascismo una persona amputata era uno storpio, c’è poco da fare. Quanto all’evoluzione della lingua, da storpi, zoppi e malformati si è successivamente passati a invalidi, inabili, incapaci, cioè termini che si utilizzavano ancora negli anni Settanta e che infatti sono rimasti cristallizzati in alcune norme. Pensiamo al certificato di invalidità o all’inabilità al lavoro, che esistono ancora oggi anche se nessuno più utilizzerebbe questi termini. Poi negli anni Ottanta c’è stata un’ulteriore evoluzione, ripresa anche dall’Organizzazione mondiale della sanità che introduce il concetto di handicap, e in Italia la legge 104 del 1992 parla proprio di handicap e di handicappati.

Quelle che ieri erano acquisizioni di civiltà linguistica ora suonano come insulti: oggi un buzzurro che vuole ferire qualcuno gli dà dell’handicappato.

Sì, certamente. E ora una norma recentissima, il decreto legislativo n. 62 del 30 giugno 2024, dice che gradualmente in tutte le norme precedenti le locuzioni come “handicap”, “persona handicappata”, “portatore di handicap”, “disabile” utilizzato come sostantivo e non come aggettivo, “diversamente abile” eccetera dovranno essere sostituite con altre locuzioni: “condizione di disabilità”, “persona con disabilità”, “con necessità di sostegno elevato o molto elevato” eccetera. Attualmente da un punto di vista normativo, sia nazionale che internazionale, c’è un nuovo standard, il “Person-first language”. Perciò “persona con disabilità”: prima viene la persona. Poi, nel caso sia rilevante, si mette questo attributo, che è uno dei mille che compongono la nostra personalità, la nostra fisionomia. Questo è lo standard utilizzato dall’Organizzazione mondiale della sanità: arriva dall’Icf 2001, la Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute, poi è stata ripresa dalla convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità e da lì tutte le norme italiane parlano di “persona con disabilità”. A questo standard se ne affianca un altro altrettanto valido, che si chiama Identity-first language e non parla più di “persone con disabilità” ma di “persone disabili”. Questo standard, che viene largamente utilizzato dalle persone disabili nell’ambito dell’associazionismo, a mio parere ha un vantaggio: si può declinare più facilmente a seconda dell’ambito in cui la disabilità si manifesta. Quindi ci saranno gli utenti disabili, gli spettatori disabili che assistono a un concerto, gli elettori disabili che si presentano in cabina elettorale e via discorrendo. Perciò indichi l’attività che quella persona sta svolgendo e aggiungi un pezzettino della sua identità.

Qual è la tendenza che prevarrà?

Magari mi sbaglio, però qualcosa mi dice che sarà l’Identity-first language ad affermarsi. Perciò il Person-first language, cristallizzato nella norma del 30 settembre 2024, scricchiola già, almeno alle mie orecchie. D’altronde mi capita sempre più spesso di leggere saggi di autori disabili che scelgono l’Identity-first language, alcuni utilizzandolo tout court e altri specificandolo in premessa. Quindi se sono le persone direttamente coinvolte che hanno il diritto di scegliere come autorappresentarsi nel mondo, allora probabilmente l’Identity-first language soppianterà il Person-first language.

Messa così, il linguaggio giuridico sembra condannato a restare strutturalmente in ritardo sull’evoluzione di quello sociale.

Questo è un rischio che si corre quando si cerca di ingabbiare in un codice un fenomeno sociale come l’evoluzione della lingua. Ma questo accade in tutti i campi e non è facilmente risolvibile. Intanto però è lodevole lo sforzo che è stato fatto, dopo una lunga discussione parlamentare, con il decreto legislativo numero 62 oppure, due anni fa, con il regolamento di polizia urbana di Cagliari.

Se questi sono i tempi di evoluzione del linguaggio giuridico, quello giornalistico a quale velocità marcia?

Anche, chiamiamole così, le istituzioni del giornalismo – e cioè l’Ordine nazionale, i consigli regionali, le associazioni – si sono date delle regole, le hanno messe per iscritto e le hanno pubblicate. Penso per esempio a “Comunicare la disabilità – Prima la persona”, una bella pubblicazione che si trova sul sito dell’Ordine nazionale. E c’è la proposta di una carta deontologica, la cosiddetta Carta di Olbia, che fra le altre cose indica un glossario. Quindi i giornalisti sanno come dovrebbero parlare delle persone disabili. Il problema è che spesso non lo fanno. Ti faccio un esempio: un anno fa, mentre preparavo il corso per i colleghi, sono incappato in due articoli pubblicati lo stesso giorno che raccontavano due casi di cronaca completamente diversi, e in entrambi i casi veniva utilizzato un linguaggio pietistico.

Vale a dire?

In entrambi i pezzi si parlava di persone “costrette a muoversi con la sedia a rotelle”. E questo non va bene, perché il linguaggio pietistico è discriminatorio.

E questo è ancora un concetto che passa poco?

Oggi nella narrazione, e scusa la parolaccia, sono due i concetti che passano di più. Uno è la pietà, l’altro è l’eroismo. Entrambi sono figli di una cultura abilista che permea la società e di cui non riusciamo a sbarazzarci. Le stesse persone disabili perlopiù sono abiliste, perché è un dato della nostra cultura. Lo troviamo nelle fiabe che ci raccontano da bambini, nei film che vediamo, già nel fatto di accettare che alcuni luoghi, anche semplicemente dei mezzi di trasporto, non siano accessibili.

Ma perché parli di pietismo giornalistico?

Perché si punta a suscitare un moto di emozione dicendo che la sedia a rotelle è una condanna. E invece è uno straordinario mezzo di libertà. Lo sa bene chi ha visto “No Other Land”, il film sull’apartheid subito dai palestinesi di Cisgiordania. In una scena un colono spara su un palestinese: lo credono morto e invece è diventato tetraplegico. Lì la carrozzina non c’è e quindi questo povero cristo, nell’anno e mezzo di vita che gli è rimasto – nel film non dicono di che cosa sia morto ma si può immaginare, dalla setticemia alle piaghe da decubito - passava tutto il giorno sdraiato su un tappeto. E per fargli vedere la luce del sole dovevano prendere il tappeto in quattro e spostarlo. Ti dico un’altra cosa: conosco due persone - una poliomielitica, l’altra con una lesione al midollo – alle quali è stato consigliato di usare la carrozzina, ma loro per molti anni l’hanno rifiutata per via dello stigma, perché se sali sulla carrozzina sei handicappato. Quindi hanno utilizzato le stampelle fino a rovinarsi le spalle, perciò adesso sono “costrette sulla sedia a rotelle”, come scrivono sui giornali, e se la cavano male perché hanno problemi alle spalle. Se avessero accettato la loro condizione e fossero salite sulla carrozzina non solo sarebbero andati molto più veloci, visto che con le stampelle si va a uno all’ora, ma sarebbe stato meglio dal punto di vista della salute. Eppure lo stigma della carrozzina rimane perché rimane nella nostra cultura lo stigma abilista. E non pensiamo che una persona che diventa disabile si liberi automaticamente della cultura in cui è cresciuta. Anzi, moltissime persone disabili tendono a piangersi addosso. È come la cultura del patriarcato: non devi per forza essere maschio per essere patriarcale.

Per tornare al linguaggio: c’è il rischio che la reazione alla cultura woke travolga anche conquiste di civiltà sul piano lessicale, passi avanti che non hanno a che fare con il politicamente corretto più ideologico?

Guarda, io non mi sento numero uno in nulla, però di sicuro sono almeno il nemico pubblico numero due del politicamente corretto. Per intenderci: la locuzione “diversamente abile” arriva dal politically correct ed è la quintessenza dell’ipocrisia, perché segnalando la presenza di abilità altre finisce, contrariamente alle intenzioni, per evidenziare il deficit. Negli anni Ottanta-inizi Novanta “diversamente abile” era una definizione all’avanguardia, da allora si è incancrenito nel linguaggio e si continua a sentire anche adesso. E sono ancora molti quelli che, viceversa, sbagliano perché cercano di evitare il linguaggio schietto.

Vale a dire?

Se io dico a un cieco “ci vediamo domani” non sto facendo una gaffe: il linguaggio schietto e libero va benissimo. Anzi, è il più inclusivo.

Altri tic linguistici diffusi?

Molti vanno in crisi quando devono individuare persone che non sono disabili. Allora dicono “normo-abili” e “normodotati”, che è roba che non si può sentire. D’altra parte un “normodotato” presuppone che ci siano anche un “minusdotato” e un “superdotato”.

Ed è dai tempi delle scuole medie che “superdotato” significa una cosa soltanto.

Appunto.

E quanto al “normodotato”, servirebbe un Vannacci che fissi il canone della normalità in ogni campo.

Ecco, Vannacci è l’esemplificazione della cultura abilista. Cioè una cultura che costruisce un sistema nel quale la normalità è una e una soltanto: tu sei normale se sei bianco, eterosessuale, non hai disabilità eccetera.

Un mondo in cui Vannacci è normale e Stephen Hawking è anormale.

Esattamente. Ma la normalità è un concetto astratto. Se pensi che i disabili sono il 24% della popolazione, quindi in Europa parliamo di 101 milioni di persone, capisci che parlare di normalità è difficile. Tra l’altro anche la disabilità non è sempre un concetto solido e inequivocabile. Per esempio in certi casi è permanente e in altri è temporanea.

Può regredire con la tecnologia, pensiamo agli apparecchi acustici.

Può regredire con la tecnologia e sicuramente aumenta con l’età. Il confine fra normalità e anormalità non è più così netto, se consideriamo che con ogni probabilità siamo condannati alla disabilità, per un periodo o per la parte finale della nostra vita.

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