La Serie A continua a essere sempre più straniera: quasi il 70% dei calciatori delle venti squadre del massimo campionato non sono italiani. Una tendenza che negli ultimi anni si è accentuata e che vede ormai tutte le formazioni protagoniste, senza distinzioni tra chi lotta per vincere o andare in Champions League, chi cerca un piazzamento per le altre due coppe europee e chi invece punta a salvarsi. L’avvio di questa stagione ricalca la precedente, dove la percentuale complessiva era stata del 69,1%: ora si è saliti al 71,8%.

Roberto Mancini con Davide Frattesi in Turchia-Italia di Nations League (foto Ansa)

Nelle prime cinque giornate della Serie A cominciata lo scorso 22 agosto, ossia sino alla maxi sosta per le nazionali, le statistiche dicono quindi che – fra i 454 giocatori finora utilizzati – meno di uno su tre era italiano. Un altro dato che certifica come l’invasione dall’estero sia non soltanto sulle rose, ma pure su chi viene effettivamente impiegato. Nel dettaglio, la Francia è la nazione più rappresentata con ben 30 giocatori, seguita dalla Spagna con 25, dall’Argentina con 23 e dal Brasile con 20 (cifra tonda raggiunta durante la sosta, quando la Juventus ha tesserato il portiere Norberto Neto per sopperire all’infortunio del polacco Kamil Grabara). Fra le curiosità, stanno aumentando sempre più gli inglesi: ora sono 15. Dall’Africa, invece, il gruppo più elevato è quello degli ivoriani (10).

Adrien Rabiot, centrocampista francese del Milan (foto Ansa)

Una scelta che ha vari motivi e la maggior parte sono economici: ci sono questioni di bilancio, relative alla maggiore facilità di tesserare giocatori provenienti da federazioni estere, ma anche richieste più alte per il cartellino da parte delle società italiane rispetto a quelle straniere per giocatori di pari livello. Lo si nota anche nei settori giovanili, con un caso emblematico: quello della Primavera del Lecce 2022-2023, che vinse il campionato giocando la finalissima contro la Fiorentina senza nemmeno un giocatore nazionale sia fra i titolari sia fra i subentrati a gara in corso. In questa stagione, la squadra che ha fatto ricorso a meno elementi “locali” è il Venezia (appena due su 23 fra quelli scesi in campo), quella invece più “azzurrabile” il Frosinone (12 su 22).

Alessandro Romano, centrocampista del Cagliari (foto Ansa)

Questo disequilibrio va avanti da tempo e ha creato non pochi problemi alla Nazionale, con i commissari tecnici recenti che hanno avuto un parco giocatori limitato fra quelli convocabili e, spesso, hanno dovuto chiamare elementi non titolarissimi nei loro club d’appartenenza. Tanto che Roberto Mancini, al suo rientro in panchina, nella prima lista dei convocati per questa maxi sosta ha subito riproposto una caratteristica che aveva già sperimentato nella sua precedente esperienza: il ricorso agli “oriundi”, ossia a stranieri naturalizzati come il rossoblù Alessandro Romano (è ormai nota la diatriba fra Italia e Svizzera sul centrocampista del Cagliari, che ha preferito gli Azzurri dopo aver fatto le Under con la maglia rossocrociata), e a giovanissimi in rampa di lancio come Issa Doumbia (Sporting CP), Eddy Kouadio (Monza), Antonio Vergara (Napoli), Mohamed Alì Zoma (Norimberga), tutti alla prima chiamata.

I tre stranieri dell'Inter 1989-1990: da sinistra, Lothar Matthäus, Jürgen Klinsmann e Andy Brehme (foto Ansa)

Sono lontani i tempi in cui in Serie A si parlava soltanto italiano: dopo la disfatta dei Mondiali del 1966, con l’eliminazione della Nazionale per mano della Corea del Nord, si era deciso di vietare l’ingresso di nuovi stranieri nel campionato per favorire lo sviluppo di quelli italiani. La regola è andata avanti fino a tutti gli anni Settanta, poi con l’inizio degli anni Ottanta è stata progressivamente soppressa. Inizialmente le squadre avevano un numero limitato di stranieri, si ricordano l’Inter dei tedeschi Brehme, Klinsmann e Matthäus contrapposta al Milan degli olandesi Gullit, Rijkaard e van Basten, poi nel corso degli anni Novanta la riapertura delle frontiere è stata completa e la distinzione ha riguardato solo la presenza degli extracomunitari. I tempi del Piacenza tutto italiano sono ormai lontani tre decenni, e viste anche le norme Ue sui lavoratori è improbabile che tornino nel breve periodo.

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