Firenze, la pista sarda battuta e abbandonata. I compagni di merende e quelli, più giovani e forti, nati nell’Isola, emigrati in Toscana e divenuti imprenditori e manovalanza nel Fiorentino. “La pista sarda era quella giusta”, sottolinea Pino Rinaldi, straordinario giornalista d’inchiesta, prima per la Rai e oggi per La7, che sbarca in libreria con “Il mostro di Firenze, la verità nascosta” (Mursia, 292 pagine), un libro che riscrive la storia degli otto duplici delitti che sconvolsero l’Italia, e non solo il nostro Paese, dal 1968 al 1985. Rinaldi ha lavorato, nella stesura di questo lavoro, con l’ex generale dei Carabinieri Nunziato Torrisi, abile nello scandagliare la pista sarda anziché buttarsi anima e corpo, come fecero in una fase successiva gli inquirenti, sul gruppo di guardoni, da Pacciani a Lotti, quei compagni di merende condannati definitivamente e oggi passati a miglior vita.

“Non c'è una prova, non c'è un testimone ma solo i racconti di un collaboratore di giustizia che era un povero disgraziato che non sapeva come mettere insieme il pranzo con la cena”, dice lo scrittore, “doveva recitare una parte, secondo accordi interni alla famiglia, ma durante le udienze si sbagliava continuamente”. Il riferimento è a Stefano Mele, che si fece carico del primo duplice omicidio (sua moglie e uno dei suoi tanti amanti) e che non ha mai rivelato, se non al generale Torrisi, chi era rimasto in possesso della calibro 22 con cui vennero uccise le altre sette coppie. Il mostro, appunto.

Se la vicenda – raccontata anche dalla serie “Il mostro”, su Netflix, con la regia di Sergio Sollima – sembra destinata a non chiarirsi mai, il libro di Rinaldi ripercorre i fatti, le indagini e le conclusioni, compreso il ritratto del “superpoliziotto” al quale si permise qualsiasi passo pur di dimostrare l'esistenza di un secondo livello rispetto a questi tre personaggi, Vanni, Lotti e Pacciani, che per anni avrebbero tenuto in scacco l'Italia. Loro gli esecutori materiale, un altro “gruppo” che avrebbe poi utilizzato i macabri trofei per messe nere o altri riti mai precisati. Sì, trofei, perché l’assassino in sei occasioni mutilò nella parte del pube post mortem le povere ragazze.

Pino Rinaldi, allora c’è un’altra verità sulla vicenda del famigerato mostro, verità che porta alla Sardegna?

“La verità nascosta è legata alle indagini che furono svolte in Toscana fino al 1986. Da quando il magistrato Silvia Della Monica nel 1982 chiese ai giornalisti di tenere nascosta la notizia della morte di un ragazzo aggredito dal “mostro”, in modo da insinuare il dubbio che lo potesse descrivere per averlo visto in faccia. Si parlava allora, fra gli scenari possibili, di un personaggio di elevatissimo livello intellettivo che avrebbe depistato volutamente gli inquirenti, venendo in possesso dei bossoli originali dei primi omicidi – come non si sa – infilandoli in una bustina e collocandoli, una volta introdottosi nell’archivio del tribunale di Firenze, nel faldone dedicato ai delitti. Io non credo a questa lettura, la mia esperienza e i piedi ben ancorati a terra mi portano a ricordare un passaggio. Tempo dopo il duplice omicidio del 1982 il magistrato Pier Luigi Vigna chiese ai carabinieri di effettuare una ricerca su tutti i delitti degli ultimi anni nella zona di Firenze. Venne individuato un episodio del 1974, formalmente c’era una certa somiglianza, due amanti uccisi in auto. Da lì ripartì il lavoro investigativo ma analizzando i fatti, e restando nell’ambito della pista sarda, si scoprì che chi avrebbe potuto utilizzare l’arma, ovvero il marito della donna uccisa, Stefano Mele, in quella occasione era in carcere. Vigna andò a rileggere tutti i verbali e venne arrestata un’altra persona, Francesco Vinci, accusato di essere lui l’esecutore materiale di alcuni omicidi anche da Mele durante un confronto. Ma nel 1983 viene commesso il delitto dei due tedeschi mentre Vinci è in galera. L’anno dopo, in base alla confessione di una donna, che riferì di particolati comportamenti e fatti, viene arrestato Giovanni Mele, mossa decisa dall’ufficio dei giudici istruttori Rotella e Izzo. Con Mele – prosegue Rinaldi – venne preso anche il cognato Mucciarini, che aveva sposato una Mele. Ma il mostro colpisce di nuovo con loro in carcere. E la guerra fra la procura di Firenze e il giudice istruttore arriva al top”.

Ci volle l’abilità investigativa dell’allora colonnello Torrisi per tenere le fila di una vicenda intricata, fra i boschi attorno a Firenze e i paesi di Fordongianus e Villacidro, che diedero i natali ai protagonisti.

“Torrisi non si arrese, spingendo anche Rotella e Izzo ad andare avanti. Il delitto del 1968 è il principio di ogni cosa e nello stesso tempo bisognava sapere chi aveva realmente sparato e chi teneva la pistola. Una storia, quella che venne fuori, che ha origini all’inizio degli anni ‘60, quando a casa dei Locci iniziò una serie di relazioni omosessuali, inconfessabili a quel tempo, fra Mele e Salvatore Vinci con Barbara Locci fra di loro, quindi i comportamenti libertini della Locci nel 1968 convinsero la famiglia Mele a condannarla a morte. Insomma, alla fine – nel corso della sue indagini – Torrisi scoprì che gli alibi di Salvatore Vinci erano falsi”.

Quindi è Salvatore Vinci il mostro? Fu lui a sparare alla prima coppia nel 1968? E poi a conservare la pistola?

“Sì, secondo le ricostruzioni di Torrisi. Ma quella pista venne abbandonata per costruire “il mostro”, trovare qualcuno più credibile, il mondo aveva gli occhi su Firenze e la pressione sugli investigatori era enorme, da lì si arrivò a indagare su un gruppo di persone assolutamente poco credibili nelle vesti di assassini seriali”.

Ma non è ancora finita, sembra.

“Sì, ci sono nuove prove, è stata fatta richiesta di revisione del processo ai “compagni di merende” e la Corte d’appello di Genova – che ha competenza su Firenze – ha acclarato che la prova nuova c’è, ma ha respinto la richiesta. La Cassazione potrebbe accettare la revisione, se tutto verrà rimesso in discussione si rifarà il processo, questa volta i compagni saranno scagionati e la procura di Firenze sarà obbligata ad aprire l’indagine”.

Non resta che leggere il libro di Rinaldi per sapere tutto, ma proprio tutto sul più importante giallo della storia italiana.

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