Sono sotto i riflettori da quando è scoppiata la guerra in Iran, le accise rappresentano la voce fiscale di Stato che rende più dolorosa l’impennata dei prezzi dei carburanti. Il Governo ha provato a mettere una pezza, congelando le imposte per qualche settimana ma la mossa ha già perso la spinta propulsiva dei primi giorni: il prezzo di benzina e gasolio continua a crescere a causa del clima di totale incertezza che si respira nello stretto di Hormuz, crocevia del sistema energetico mondiale. E il tributo applicato ai carburanti dovrà presto tornare in scena perché le casse pubbliche sono legate a filo doppio alle accise, introiti sicuri e costanti legati a uno dei prodotti di consumo più diffusi: si rischiano pesanti ripercussioni sul sistema economico italiano se la corsa del prezzo del petrolio non si ferma. 

Imposte sui consumi

Le accise mettono insieme tassazioni in arrivo da tempi lontani: rappresentano una quota fissa oscillante intorno al 40 per cento rispetto al prezzo totale – variabile come si vede in questi giorni - del carburante al distributore. Ma nei costi fiscali totali di benzina e gasolio bisogna aggiungere il 22 per cento di Iva, che aumenta puntualmente ogni volta che sale il prezzo al barile. Proprio il meccanismo dell’imposta sul valore aggiunto assicura sempre vantaggi diretti alle casse dello Stato quando crescono i listini al consumo. In tutta Europa solo l’Olanda, la Finlandia e la Danimarca applicano quote fiscali paragonabili alla nostra tassazione ma lo fanno soprattutto in nome di una politica energetica più green.

Dall’Etiopia al Vajont e alla crisi del 2011

In Italia il consumo di benzina e gasolio (ma le accise si applicano anche su alcol e tabacchi) rappresenta da decenni una delle forme più agevoli per le entrate fiscali: imposta sicura, rinforzata nel tempo dalle coperture necessarie in caso di spese per avvenimenti straordinari. Nelle voci accorpate dall’entrata in vigore del testo unico delle imposte sui consumi (era il 1995) sono racchiusi tanti eventi che hanno attraversato la storia d’Italia. Gli analisti spesso negano il collegamento diretto con le spese del passato ma nelle pieghe delle accise ci sono i costi sostenuti per la guerra in Etiopia del 1935-36, la crisi di Suez del 1956, la tragedia del Vajont del 1963, l’alluvione di Firenze del 1966, i grandi terremoti nel Belice (1968), in Friuli (1976), Irpinia (1980), Abruzzo (2009), Emilia (2012). E poi le missioni militari Onu in Libano (1983) e Bosnia (1996), il contratto degli autoferrotranvieri (2002). Nel 2011, uno degli anni più neri per i conti dello Stato, sono entrati nei calcoli delle accise il decreto Salva-Italia, le alluvioni in Liguria e Toscana, il finanziamento alla cultura e l’effetto immigrazione dopo la crisi libica.

L’impennata del gasolio

In questi giorni di prezzi in crescita costante balza agli occhi l’impennata del valore finale del gasolio rispetto alla benzina. Il motivo è legato al maggior costo di produzione del carburante diesel. Da anni questo gap veniva compensato con la minore quota di accise sul gasolio, mentre la legge di bilancio del 2026 ha fatto scattare l’allineamento delle voci per entrambi i carburanti: l’accisa unica è ora di 0,672 euro al litro e rende così tangibile il maggior costo strutturale del diesel. In media nei listini dei distributori viaggia intorno ai 20 centesimi al litro in più rispetto alla benzina.

Le accise mobili

La crisi in Medio Oriente ha spinto il Governo a intervenire per limitare i danni ai consumatori italiani, anche perché gli aumenti generali di spesa hanno ricadute su tutto il sistema economico con il rischio di una nuova crescita dell’inflazione. Gli sconti legati all’imposta sui consumi negli ultimi giorni hanno dato un po’ di ossigeno agli automobilisti e a tutto il mondo dei trasporti, anche se la corsa del prezzo del petrolio non si ferma e ha già sterilizzato ogni intervento tampone. La situazione è ancora troppo instabile per fare previsioni ma il rischio di nuove impennate è dietro l’angolo. A quel punto servirà un provvedimento più strutturale per tutelare i consumatori italiani. Un’ipotesi potrebbe essere il taglio dell’Iva che rappresenta una quota consistente del costo finale del carburante.

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