Grazia Deledda, il ruvido talento che conquistò il Nobel
Letteratura alta e canovacci d’appendice, la scrittrice nuorese ha raccontato da maestra i tormenti d’amorePer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Nell’anno del centenario dell’assegnazione del Nobel per la Letteratura, magari anche i lettori più prevenuti si convinceranno finalmente della grandezza di Grazia Deledda. Una scrittrice moderna, una penna che intingeva negli umori della carne e nei moti dell’anima i temi universali dell’esistenza. Amore, morte, tradimento ad alta gradazione, tanto che persino lo scrittore che descrisse le palpitazioni e i convegni sconvenienti di Lady Chatterley, alzò le mani davanti alla carica erotica della collega sarda. Nella prefazione da lui curata in occasione della traduzione in inglese di “Il paese del vento” (pubblicato nel 1930), D. H. Lawrence scrisse: «La scrittura di Grazia Deledda è sempre emotivamente confusa. Un’ambiguità che lei non vuole risolvere, come di una natura selvaggia centrata sul sentimento». Detto da uno che ci ha messo al corrente dei minimi movimenti tellurici dell’amore adulterino tra Connie Chatterley e il guardacaccia Mellors, l’apprezzamento vale (in materia) come una laurea honoris causa per il Nobel nuorese che, peraltro, al tempo aveva già portato a casa il massimo premio per la letteratura.
Grazia Deledda era un talento pop: ha messo insieme letteratura alta e novelle d’appendice. Emozioni ad alta gradazione dentro canovacci per modernissime soap. Da quale altra penna sono usciti tanti preti scombussolati dal desiderio, passioni tra cugini e cognati, zie scostumate, mogli infedeli, adolescenti tentatori? Era maestra del romanzo popolare; maga dell’intreccio di sentimenti, palpiti, turbamenti fondati perlopiù sull’eterno e affollato triangolo amoroso. Ha raccontato l’eros e il sentimento del legame tra la padrona Maria Noina e il servo Pietro in “La via del male” (romanzo del 1896); l’amore peccaminoso tra Paulo, giovane sacerdote, e la seducente e volitiva Agnese di “La madre” (pubblicato nel 1919); la passione proibita tra l’arricchita Marianna e il bandito Simone Sole in “Marianna Sirca” (1915), e ancora, il triangolo amoroso di “Il paese del vento”, del 1931, uno degli ultimi romanzi della scrittrice nuorese, scritto in prima persona.
L’agente atmosferico è la voce del turbamento delle eroine deleddiane, il turbinio della tentazione, la forza muscolare della passione. Nel romanzo del ‘31, Grazia Deledda sfodera tutta la sua anima meteoropatica: il vento che sferza, che strappa, che fa spiccare il volo e che conduce nell’abisso non è altro che il palpito del cuore e il peso del desiderio provato dalla protagonista senza nome, e che perciò è la stessa scrittrice. Lei è divisa tra l’insuperabile ricordo del primo amore (l’affascinante Gabriele, trasfigurazione del giornalista Stanis Manca che mai ricambiò il sentimento manifestato dalla giovane Grazia) e il marito, mai nominato, funzionario della prefettura, cortese e di buona famiglia (impossibile non scorgervi il tratto di Palmiro Madesani, l’uomo che la scrittrice sposò nel 1900).
Una storia che vale la pena ricordare, quella tra la giovane Deledda e il giornalista di cui si era invaghita. Il giovane che, dopo un lungo scambio epistolare, nel settembre 1891 era arrivato a Nuoro per incontrarla. Lo aveva accolto nella camera buona. Un anno dopo, le scrisse che l’aveva trovata molto simile «a una nana». Lei ne era rimasta ferita, ma pervicacemente aveva continuato a tampinarlo via posta, non più per amore ma per orgoglio ferito. Stanis Manca divenne così carne viva per la raccolta differenziata che ogni romanziere fa del genere umano. Lui c’è in tutti i mascalzoni fascinosi che seducono le eroine deleddiane, dentro il triangolo amoroso presidiato dall’altro genere di maschio, il gentiluomo cortese, come appunto Palmiro Madesani.
“Canne al vento”, ambientato a Galtellì e pubblicato nel 1913, è il romanzo capolavoro, ma nessuna storia è tanto moderna e universale come quella raccontata in “Il paese del vento”. Le nevrosi della protagonista, il perbenismo del di lei marito, lo spirito ammaliatore dell’amante. Da una parte la passione per l’uomo canaglia, dall’altra l’adattamento di facciata accanto all’uomo affidabile. Grazia Deledda ha raccontato questa distanza sterminata che abita il cuore di ogni donna.
