Ci sono quelli che vincono. E poi ci sono uomini di calcio che lasciano il segno rivoluzionando lo sport. Arrigo Sacchi da Fusignano appartiene a questa seconda categoria. Ottant’anni appena compiuti, ma l’anagrafe, in fondo, conta meno della sua impronta: perché Sacchi non è stato soltanto un allenatore di successo, padre di un grande Milan, commissario tecnico arrivato a un passo dal Mondiale. Sacchi rappresenta, prima di tutto, un’idea. 

Non veniva dalla nobiltà del pallone, non aveva alle spalle una carriera da campione da esibire come lasciapassare. Veniva dalla provincia romagnola, dal lavoro nell’azienda di famiglia, una gavetta consumata tra dilettanti e campi periferici. 

Il Ct della nazionale italiana di calcio Arrigo Sacchi mentre dirige l'allenamento degli azzurri a Alsager (Gb). MAURIZIO BRAMBATTI/ANSA
Il Ct della nazionale italiana di calcio Arrigo Sacchi mentre dirige l'allenamento degli azzurri a Alsager (Gb). MAURIZIO BRAMBATTI/ANSA
Il Ct della nazionale italiana di calcio Arrigo Sacchi mentre dirige l'allenamento degli azzurri a Alsager (Gb). MAURIZIO BRAMBATTI/ANSA

Sacchi ha cambiato il calcio perché l’ha pensato in modo diverso. Prima di lui, in Italia, il risultato bastava spesso a giustificare tutto. Lui pretendeva che la vittoria fosse il punto d’arrivo di un’idea di gioco. Pressing, marcature a zona, squadra corta, sincronismi, fuorigioco attuato in maniera meticolosa, intensità del collettivo. Oggi sembrano l’ordinarietà. Allora, tra la fine degli Anni ‘80 e i primi ‘90, erano una dichiarazione di guerra al conformismo. La Uefa, non a caso, gli ha riconosciuto «infinite innovazioni tattiche» capaci di «rimodellare la filosofia del calcio». Non è un elogio di circostanza: è la definizione esatta del Sacchismo.

L'ex allenatore del Milan, Arrigo Sacchi, in una immagine del 13 maggio 2011. ANSA/MATTEO BAZZI
L'ex allenatore del Milan, Arrigo Sacchi, in una immagine del 13 maggio 2011. ANSA/MATTEO BAZZI
L'ex allenatore del Milan, Arrigo Sacchi, in una immagine del 13 maggio 2011. ANSA/MATTEO BAZZI

Quando Berlusconi lo portò al Milan nell’estate del 1987, molti lessero quella scelta come un azzardo. In realtà era l’inizio di una rifondazione. Sacchi trasformò il Milan in qualcosa che in Italia non si era mai visto: una squadra feroce e armoniosa, tecnica e aggressiva, capace di dominare gli avversari prima ancora che nel punteggio. Quel Milan non si limitava a battere gli altri: li costringeva a sentirsi antichi. Sorpassati. Uno scudetto, due Coppe dei Campioni consecutive, due Supercoppe europee, due Coppe Intercontinentali. I numeri però non rendono il sapore che lasciavano quelle notti europee, il 5-0 al Real Madrid, il 4-0 alla Steaua Bucarest.

La grandezza di Sacchi, però, non sta soltanto nell’aver vinto. Sta nell’aver imposto una morale del gioco. Nel suo calcio il collettivo non umiliava il talento: lo educava, lo elevava. Baresi, Maldini, Costacurta, Ancelotti, Gullit, Rijkaard, Van Basten: i fuoriclasse di quel Milan non erano cani sciolti, ma parti di un progetto. 

Gianni Agnelli (S) stringe la mano al commissario tecnico della Nazionale italiana Arrigo Sacchi al termine della partita Juventus-Bari allo stadio Delle Alpi di Torino il 14 gennaio 1996. ANSA/LOBERA
Gianni Agnelli (S) stringe la mano al commissario tecnico della Nazionale italiana Arrigo Sacchi al termine della partita Juventus-Bari allo stadio Delle Alpi di Torino il 14 gennaio 1996. ANSA/LOBERA
Gianni Agnelli (S) stringe la mano al commissario tecnico della Nazionale italiana Arrigo Sacchi al termine della partita Juventus-Bari allo stadio Delle Alpi di Torino il 14 gennaio 1996. ANSA/LOBERA

Ma il rapporto tra Sacchi e il calcio italiano è stato spesso contraddittorio, a tratti perfino ingrato. Lo si è celebrato, certo, ma anche discusso, ridotto a caricatura, trattato come un idealista eccessivo. Eppure il tempo gli ha restituito tutto con gli interessi.

Certo, nell’uomo non mancano gli spigoli. Testimoniati da scontri e litigi con alcuni colleghi. Memorabile con Max Allegri, concluso con un velenoso “ti auguro di vincere le Coppe dei Campioni che ho vinto io”. Scintille in diretta Tv tramandate ai post su Instagram, dove l’algoritmo le pesca spesso dal passato momenti epici e meno epici della televisione.

Sacchi è anche questo. Particolarità caratteriali a parte, oggi molte delle sue intuizioni sono patrimonio comune. Molti degli allenatori più influenti degli ultimi decenni, da Carlo Ancelotti fino a Pep Guardiola, si muovono dentro una traiettoria che da lui passa, apertamente o in filigrana. Se il calcio contemporaneo pensa in termini di armonia collettiva, pressione alta, dominio del campo e non soltanto dell’episodio, è anche perché Sacchi, tanti anni fa, ha avuto il coraggio di immaginare che si potesse fare.

© Riproduzione riservata