Assalti ai portavalori in Sardegna/3: scende in campo la Dda
Il racconto esclusivo, a puntate, di uno dei più esperti investigatori che hanno combattuto il fenomeno nell’IsolaPer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Come avvenuto per i sequestri di persona, anche per le rapine, dopo l’escalation dei primi anni Duemila la Direzione distrettuale antimafia decide di prendere in mano le redini delle indagini. Ma siccome le rapine, per quanto con l’uso di armi da guerra, non sono reati di competenza distrettuale, per farlo prima gli investigatori dell’Antimafia hanno dovuto scoprire che la montagna di denaro che veniva portata via a seguito degli assalti ai blindati veniva poi riciclata in droga.
Era quello il punto cruciale che ha consentito alla Direzione distrettuale antimafia di avocare a sé pressoché tutte le indagini, creando così una task-force a cui hanno preso parte alcuni dei migliori investigatori della polizia, dei carabinieri e della guardia di finanza.
«Alla fine gli episodi non vennero più analizzati singolarmente», ricorda l’ex sostituto commissario Michele Antonio Tarallo, sino a qualche tempo fa in servizio alla Sezione Investigata Specializzato in Criminalità Organizzata di Cagliari e uno degli investigatori di punta della Dda sul fenomeno degli assalti ai blindati, «ma nella complessità di un fenomeno criminale pericoloso, evoluto e soprattutto ramificato in tutta l’Isola, con estensioni appunto anche nella Penisola. Un fenomeno che andava contrastato in maniera tempestiva ed efficace, vista la spregiudicatezza e la feroce determinazione dei malviventi».
A spaventare era, ed è tutt’ora, soprattutto la propensione all’uso delle armi da guerra: molto spesso, come si è visto, i banditi sparano per bloccare il furgone e, solo per miracolo, spesso non c’è scappato il morto. «Sicuramente positivo – ricorda l’ex poliziotto - era stata, al fine di contrastare efficacemente il fenomeno, la costituzione di un gruppo lavoro composto da investigatori delle Squadra Mobili di Cagliari e Nuoro, ma anche di uomini della Guardia di Finanza di Nuoro, sotto il coordinamento della DDA di Cagliari». E i risultati non si fecero attendere. «Le indagini del team – prosegue - avevano certificato l’esistenza, in quel periodo, di almeno tre bande, che in gergo dai banditi venivano chiamate “ditte”, attive principalmente sul territorio sardo ma, come detto anche in precedenza, capaci anche di spostarsi agilmente nella penisola».
Una delle bande avrebbe avuto l’epicentro a Villanova Strisaili, in Ogliastra, le altre due in Barbagia: a Orgosolo e Desulo. Poi c’era la manovalanza militare: rapinatori esperti che venivano chiamati per lavorare quando con l’una, quando con l’altro gruppo. «La prima su cui abbiamo lavorato era composta da pregiudicati ogliastrini e dell’entroterra nuorese», aggiunge Tarallo, «aveva, appunto, influenza e ramificazioni su tutto il territorio regionale. Le decisioni e la programmazione delle attività delittuose erano decise nell’abitazione di uno dei promotori a Villanova Strisaili.
La banda aveva inoltre varie basi logistico operative, in capo a alcuni altri complici, in aziende di allevamento bestiame nelle campagne di Florinas e Mores, dove il gruppo si riuniva prima dei colpi, e dove si custodivano le armi e venivano portati i mezzi rubati prima delle azioni». Come detto, c’erano poi quelli che lavoravano anche “conto terzi”. «Alcuni dei componenti della banda – spiega l’ex investigatore - facevano parte anche delle altre compagni criminali, a riprova di una interscambiabilità di elementi, a seconda delle aree geografiche in cui si andava ad operare o delle loro propensioni. Capitava pertanto che, in alcuni casi, una banda fosse a conoscenza dei piani dell’altra. Senza contare, inoltre, che si avvalevano anche di informatori interni agli istituiti di vigilanza».
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