I nomi dei protagonisti sono cambiati, così come le tecniche, ma c’è un filo rosso che collega il fenomeno – ormai scomparso – dei sequestri di persona nell’Isola con quello, più recente, degli assalti con le rapine milionarie ai furgoni portavalori e ai caveau. Un fenomeno che – ne sono convinti gli investigatori che ormai da anni affonda le sue radici nella storia criminale sarda e che, come dimostrano le cronache degli ultimi anni, ha visto spesso rapinatori isolani varcare il Tirreno per organizzare colpi nella Penisola. Non si tratta di episodi isolati, ma di azioni organizzate con modalità sempre più sofisticate, spesso definite dagli stessi inquirenti della Direzione distrettuale antimafia di Cagliari come di natura “paramilitare”.

Tra i massimi conoscitori del fenomeno c’è un poliziotto in quiescenza che, per anni, ha lavorato con i magistrati dell’Antimafia a ricostruire l’attività di una delle tre bande che si pensa operino nell’Isola: quella con epicentro in Ogliastra. Il sostituto commissario Michele Antonio Tarallo, sino a qualche tempo fa in servizio alla Sezione Investigata Specializzato in Criminalità Organizzata di Cagliari (il Sisco), è stato il coordinatore delle attività di polizia giudiziaria che ha indagato a stretto contatto con il sostituto procuratore Danilo Tronci, uno dei magistrati di maggior esperienza della Dda di Cagliari. «Si comincia a analizzare seriamente il fenomeno, che di fatto andrà a sostituire quello dei sequestri di persone e dei sequestri lampo, intorno agli anni Novanta», racconta Tarallo, «i primi campanelli d’allarme di uno specifico reato che stava diventando pericoloso erano stati, in tal senso, la rapina avvenuta nel 1994, lungo la strada Orani-Orotelli, con l’assalto ad un portavalori da parte di un commando armato di armi da guerra e bombe a mano, che causarono la morte di un giovane vigilante ed un bottino di 280 milioni di lire». Ma non solo. «Altro fatto preoccupante, pur non avvenuto in Sardegna – prosegue l’investigatore - era stata la cosiddetta strage di Grottella, a Copertino, in provincia di Lecce, dove due furgoni furono assaltati da un commando che con armi da guerra ed esplosivo uccise tre guardie giurate e ferì in modo grave gli altri loro colleghi, asportando un bottino superiore al miliardo. Nel drammatico episodio erano coinvolti, oltre a noti appartenenti alla Sacra Corona Unita, tre pastori/allevatori sardi, ogliastrini, da tempo trapiantati nel leccese».

La minaccia dei sequestri di persona non si era ancora spenta e, in qualche caso, si erano registrati dei sequestri-lampo (ritenuti meno rischiosi dei lunghi rapimenti), ma nel frattempo alcuni gruppi sardi si stavano già specializzando e stavano fornendo la personale esperienza e la manovalanza anche ad altri gruppi criminali. «Il fatto, sebbene all’epoca non emersero relazioni con episodi avvenuti in questa regione – continua Tarallo, riferendosi alla strage di Copertino - attivò un monitoraggio di persone vicine agli stessi in ambito locale, ed un’attività di raccolta dati sui successivi assalti che, da quel momento ,iniziarono a proporsi in maniera sempre preoccupante». 

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