Quella lunga estate del 1540 era arrivata dopo sei mesi di siccità, e altri ne sarebbero trascorsi senza che una goccia cadesse dal cielo. Undici mesi esatti. Quello fu l’anno in cui l’Europa centrale e occidentale visse una delle più grandi ondate di caldo della sua storia, molto simile – per l’estensione dei territori colpiti - a quella che il Continente sta attraversando in questi giorni, e con temperature che, si ipotizza, possono essere state comparabili o addirittura superiori a quelle osservate nel 2003. Fu un evento eccezionale, tanto che la maggior parte dei climatologi concorda oggi nel ritenere quella una delle più gravi mega siccità europee degli ultimi cinquecento anni.

Il caldo estremo e i lunghi periodi di secca non sono dunque una novità dei giorni nostri, tuttavia gli eventi eccezionali del passato si manifestavano come singole ondate di calore, mentre oggi, avvisano gli esperti, siamo di fronte a un vero e proprio cambiamento climatico effetto dei nostri comportamenti dissennati, quali l’uso di combustibili fossili, la deforestazione e le pratiche agricole intensive. Nel 1540 l’economia era fondata sull’agricoltura, e la temperatura media globale era sensibilmente inferiore a quella attuale. Oggi, invece, rispetto all’epoca preindustriale le ondate di calore si sviluppano in un clima già riscaldato di oltre 1 °C. Questo significa che eventi estremi partono da una base termica più elevata, aumentando la probabilità di superare nuovi record di temperatura (come sta succedendo in questo giorni) e di rendere più frequenti le estati eccezionalmente calde.

Cosa è successo nel 1540? E dato che al tempo non esistevano termometri in grado di fornire misurazioni confrontabili con quelle moderne, come è stato possibile venire a conoscenza di condizioni meteo tanto estreme? È stato possibile innanzitutto grazie alle testimonianze storiche, le quali, incrociate con gli indicatori paleoclimatici (per esempio gli anelli degli alberi che registrano la crescita annuale influenzata da fattori climatici come temperatura e disponibilità d’acqua), permettono di delineare un quadro dettagliato di ciò che è accaduto.

Tanto, dunque, si sa grazie ai resoconti dei registri agricoli e dei documenti relativi ai raccolti, alle misurazioni del livello dei fiumi e alle annotazioni conservate nei monasteri. Testimonianze provenienti dagli attuali territori di Germania, Svizzera, Francia, Austria, Paesi Bassi e Italia che raccontano di raccolti gravemente compromessi; di incendi boschivi estesi; penuria di acqua da bere, ingenti perdite di bestiame, diffusione di fame e malattie. Le cronache descrivono raccolti che appassivano nei campi e di fiumi che potevano essere attraversati a piedi in punti normalmente navigabili. Il Reno, fondamentale via commerciale europea, raggiunse livelli così bassi da compromettere il trasporto delle merci, mentre i corsi d’acqua più piccoli si prosciugarono completamente.

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