Villa Taverna, l’unica certezza è l’hot dog: quarant’anni di party americani a Roma
La festa all’ambasciata Usa per l’Independence Day, dal glamour Anni Ottanta ai nuvoloni diplomatici di oggiLa speaker del Congresso Nancy Pelosi e suo marito Paul Pelosi il 30 giugno 2022 all'ambasciata Usa in Italia per il Giorno dell'Indipendenza (Ansa - Frustaci)
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Il ricevimento dell’ambasciata Usa a Roma per l’Independence Day è un buon barometro per capire alcune cose: la qualità dei rapporti politici Washington-Roma, come cambia il borsino dei nostri potenti agli occhi degli Stati Uniti, quale idea di glamour o di fascino italiano abbia in mente in quel momento l’amministrazione Usa (e quindi se decida di invitare esponenti della scienza o del cinema, della moda o del business). A cambiare è anche la data, sia pure di poco: la festa americana cade notoriamente il 4 luglio, ma il ricevimento dell’ambasciatore in Italia può tenersi qualche giorno prima (generalmente il 2) o subito dopo. Quel che tendenzialmente non muta, salvo micro-variazioni estemporanee, è il menu: hot-dog, fette di tacchino arrosto e via americaneggiando. Una gastronomia casual, quasi da picnic, che può avere anche i suoi vantaggi: Luciano Violante, quando si sentì chiedere come mai anche lui frequentasse lo splendido giardino di Villa Taverna, ebbe gioco facile a unire l’austerità da post comunista e la sobrietà torinese rispondendo severo: “Perché qua non c’è il buffet”. Ma d’altra parte era il luglio 2002, il primo ricevimento per l’Independence Day dopo la strage dell’11 Settembre, e tutta la politica italiana affollava solidale l’ambasciata, sinistra compresa e anzi compresissima. E Walter Veltroni, Cesare Salvi e Guglielmo Epifani, in procinto di assumere la guida della Cgil dopo Sergio Cofferati, ostentavano all’occhiello la spilletta stelle e strisce.
Quest’anno l’atmosfera sarà inevitabilmente diversa, dopo lo scontro plateale e protratto fra Donald Trump e Giorgia Meloni (che non sarà presente, ma questo era già previsto da tempo). Ma il rapporto Italia-Usa è stato spesso segnato da incidenti, malintesi e tensioni, anche se mai così gravi. E altre volte gli incidenti sono avvenuti proprio lì, nell’ambasciata americana.
Il 27 maggio 1989 il presidente George Bush senior fece la sua prima visita ufficiale in Italia, e ciò che poteva andar male lo fece. La gigantesca Cadillac Fleetwood, nonostante le prove meticolose, rimase incastrata fra le colonne del porticato, tanto che la first lady Barbara dovette smontare e fare il suo ingresso a piedi. Non solo: i cerimoniali di Palazzo Chigi e Quirinale non si parlarono, perciò alla cena di benvenuto e al pranzo ufficiale il presidente americano si sciroppò praticamente lo stesso menu, ovvero pesce (rombo al Colle, spigola a Palazzo Chigi) e fragoline. Ma il peggio fu che Bettino Craxi, non potendo partecipare per suoi impegni politici al ricevimento nell’ambasciata americana, ottenne venti minuti di faccia a faccia con Bush che poi il Psi sfoggiò come un bilaterale di pregio, parlandone molto in un comunicato che fece infuriare gli altri quattro leader del Pentapartito e irritò gli americani.
Ma torniamo all’Independence Day. L’edizione del 1985, piena era Reagan, vide fra gli invitati istituzionali Giulio Andreotti e Nilde Iotti, descritta come impaziente all’idea di andare in vacanza ad Ansedonia. Quanto al glamour, le cronache segnalavano il principe Carlo Giovannelli (unico in smoking) e il marchese Dino Pecci Blunt (cravatta Pucci di seta blu decorata con elefantini, simbolo del partito repubblicano statunitense). Lo chef dell’ambasciatore Maxwell Rabb propose frittate, fette di tacchino e crudités con salse: non suona luculliano ma è improbabile che qualcuno abbia storto il naso e criticato l’ospitalità, in fondo era la prima festa del 4 Luglio dopo la crisi di Sigonella, che mise in crisi profonda la maggioranza di governo e i rapporti tra Roma e Washington.
Altra atmosfera al ricevimento di due anni dopo: allora l’emergenza non fu politica ma meteo, con l’ambasciatore Rabb che faceva spostare i tavoli in giardino e dentro l’ambasciata a seconda di quanto il cielo apparisse di ora in ora sereno oppure minaccioso di piovaschi estivi. Per i Pecci Blunt c’era Donatella, ma tra gli esponenti del bel mondo spiccavano anche la principessa Nini Pallavicini e Jas Gawronski. A rappresentare la Repubblica provvedevano Fanfani e Spadolini.
Negli anni Novanta l’Independence Day di Villa Taverna non trova molto spazio nelle cronache italiane. Però l’edizione ’94 vedrà significativamente fra gli invitati un ormai sdoganato Gianfranco Fini, che sta per tuffare il Msi nel lavacro termal-costituzionale delle acque di Fiuggi da cui riemergerà emendato in An. L’erede di Almirante chiacchiera con gli altri ospiti e improvvisa un po’ di antropologia sportiva, spiegando che gli americani non capiscono il calcio perché è uno sport che ammette il pareggio, mentre loro vincono o perdono. A Villa Taverna in quegli anni sarà invitato a mangiare tacchino anche Fausto Bertinotti, il leader di Rifondazione comunista, ma dovrà aspettare il ’98.
Nel 2000 (ambasciatore Thomas Foglietta, in total white) il glamour è affidato a business e show-business: tra gli invitati Franco Tatò con Sonia Raule, Romina Power, Claudia Koll. Non si parla che di Zoff, che si è dimesso da ct della Nazionale dopo le critiche di Berlusconi. Sul Corriere Maria Latella annota che l’ospite d’onore è Mario D’Urso, senatore ulivista e viveur di caratura internazionale, banchiere d’affari amico personale del già citato Bertinotti, oltre che di Gianni Agnelli ed Henry Kissinger. Latella spiega che a Villa Taverna è particolarmente benvoluto “giacché il trisnonno, americano, era presente il giorno in cui fu firmata la Dichiarazione d’indipendenza e finanziando George Washington ci rimise pure un sacco di soldi, peraltro riguadagnati dal nipote e sempre in loco”.
Del 2002 abbiamo detto in apertura, con Veltroni e Rutelli spillettati a stelle e strisce sotto lo sguardo benevolo dell’ambasciatore Mel Sembler. Nel 2005 invece il ricevimento è soprattutto l’occasione per sciogliere le tensioni e gli imbarazzi italo-americani dopo il caso Abu Omar. L’edizione 2008 invece è segnata dalla delusione dell’Italia, esclusa dal sestetto incaricato di trattare con l’Iran sulla questione nucleare.
Negli anni Dieci il parterre è molto più rinnovato del menu: tra hamburger e hot dog si notano, in rappresentanza del potere italiano, la ministra degli Esteri Emma Bonino e la presidente del tribunale di Milano Livia Pomodoro. L’anno dopo la scena è tutta per Beppe Grillo: in smoking ma senza cravatta, imbarazza gli astanti spiegando in un tempio della diplomazia che il M5S serve a ripristinare la democrazia in Italia, che ne è provvisoriamente sprovvista. Altro anno, altra festa: nel 2015 gli importanti made in Italy sono Lorenzo Bini Smaghi, Franco Bassanini e Giovanni Malagò. Nel 2018 fra gli istituzionali c’è un Matteo Salvini pronto a confidare che andrà a Mosca per parlare di antiterrorismo con il capo dei servizi segreti russi. Lo inviteranno anche nel 2022, a forte rischio di incrociare fra un hot dog e l’altro Luigi Di Maio, ex partner di governo gialloverde e ormai suo avversario dichiarato. Tra le invitate quell’anno si notano Marisela Federici e Sandra Carraro. Un ultimo fotogramma dal passato recente: la scorsa edizione. Il menu segna una lieve ma significativa concessione green con l’ingresso di broccoli e peperoni accanto alle solite proteine nobili da barbecue. Tra i vip si notano Rocco Casalino e Marco Tronchetti Provera. Giorgia Meloni c’è e fa conversazione in stile molto Nato, trovando il modo di citare tanto Reagan quanto Cicerone. Dodici mesi fa. Altri tempi.
