Di fatto siamo tutti in quarantena, e dopo i primi giorni di clausura, talvolta quasi euforici, iniziamo a sentirne il peso. Gli esperti e la gente comune si chiedono quale sarà l'effetto a lungo termine, sulla nostra psiche, di questa lotta al coronavirus: ma oggi nessuno ha la risposta. Perché non esistono studi su casi simili. Del resto non è mai accaduto niente di simile. O quasi: in realtà al tempo dell'epidemia di Sars, nel 2003, molte persone furono messe in quarantena in vari Paesi. In Italia non ne abbiamo memoria, perché la Sars (anche quello un coronavirus, com'è ormai arcinoto) non divenne mai un pericolo concreto. Ma non fu un fenomeno limitato alla Cina. Per esempio l'area metropolitana di Toronto si trasformò in un focolaio e registrò 44 vittime: più del 5 per cento del bilancio finale mondiale. Per fermare la diffusione del virus più di 15mila persone furono sottoposte a periodi di quarantena variabili, perché avevano avuto contatti potenziali con dei contagiati.

Quando l'allarme sanitario finì, un gruppo di ricercatori volle appunto capire gli effetti dell'isolamento sugli individui. È emerso che una percentuale non trascurabile del campione analizzato mostrava di aver subìto conseguenze psicologiche negative per via della quarantena. In particolare, il 28,9% ha fatto riscontrare significativi sintomi di disturbo post traumatico da stress, e il 31,2% ha evidenziato sintomi di depressione.

Una ricostruzione in 3D di un coronavirus, come la Sars del 2003 e il Covid-19Una ricostruzione in 3D di un coronavirus, come la Sars del 2003 e il Covid-19

Lo studio è stato guidato da Laura Hawryluck della Toronto University e Rima Styra del Toronto General Hospital. L'équipe di ricerca ha formulato un sondaggio con 152 domande, a cui hanno partecipato, in forma anonima e inviando le risposte via web, 129 persone maggiorenni reduci da periodi di quarantena recenti (non più di 36 giorni tra il ritorno alla vita normale e la risposta al sondaggio). La gran parte del campione (79%) aveva un'età compresa tra i 26 e i 55 anni, mentre solo il 12% era più anziano e il 9% si collocava nella fascia 18-25. Il 56% di loro conviveva con un solo altro adulto, mentre il 22% viveva solo. Solo il 45% aveva anche dei bambini conviventi. Quasi i due terzi erano lavoratori del sistema sanitario. La durata media della quarantena era di dieci giorni. Oltre a non poter uscire da casa e non poter ricevere visite, dovevano seguire specifiche misure contro la trasmissione del virus, che ormai conosciamo a memoria anche noi: lavare le mani spesso, indossare mascherine in presenza di altre persone, non usare oggetti comuni (bicchieri, posate, asciugamani), dormire in stanze separate. Inoltre dovevano misurare la temperatura due volte al giorno.

Lo skyline di Toronto (foto a uso libero da Freepik)

Le risposte sono state classificate con riferimento a due indici utilizzati dagli esperti per casi simili: Ies-R, che misura la prevalenza di sintomi di disturbo post traumatico da stress (Ptsd), e Ces-D, che evidenzia i sintomi depressivi. I valori allarmanti sono quelli oltre la soglia 20, per il primo indice, e 16 per il secondo. La media dei partecipanti al sondaggio si è collocata circa tre punti sotto ciascun indice. Ma, come detto, su entrambi i fronti le persone che hanno fatto segnare livelli oltre soglia sono poco meno o poco più del 30%. Con alcune particolarità. Anzitutto, i valori sembrano influenzati dalla durata della quarantena. Sotto i dieci giorni restano lontani dai livelli di guardia. Chi è rimasto a casa più a lungo, invece, li supera: con medie di 23,7 (Ies) e 17 (Ces). Fin qui tutto prevedibile; lo è di meno la relazione col reddito degli isolati. Minori guadagni, maggiore vulnerabilità: chi denunciava entrate familiari annuali inferiori ai 40mila dollari canadesi ha superato in media di 2,3 punti la soglia che indica depressione, e di 4,2 quella del disturbo post traumatico da stress. La fascia tra i 40mila e i 75mila dollari viaggia di poco al di sotto dei valori limite; oltre i 75mila, entrambi gli indici si fermano in media attorno a un rassicurante 11. Il perché, non è chiaro. Lo studio per altro ipotizza che, trattandosi di un sondaggio web che richiedeva l'uso di un computer (meno diffuso di oggi, all'epoca), le persone poco facoltose abbiano partecipato con minor sollecitudine alla rilevazione: se è così, i risultati potrebbero sottostimare l'insorgenza di disturbi psicologici dopo l'isolamento. Alcuni fattori sembrano non incidere sui livelli di stress: età, istruzione, status sociale, numero di conviventi. La media dei single è leggermente più elevata di quella delle persone sposate o conviventi, ma la differenza non sembra di grande rilievo. Non sposta granché neppure il fatto di aver conosciuto persone morte di Sars. A sorpresa, invece, avrebbe un peso il modo in cui sono state osservate le misure di prevenzione del contagio. Chi ha indossato la maschera sempre, anche quando non era raccomandato, raggiunge livelli alti sia nella scala Ies (fino a 29,7) che in quella Ces (fino a 25,6). I punteggi ritornano nella norma per chi l'ha usata secondo le istruzioni, e calano ancora per chi invece ha ammesso di averla indossata poco e niente. I ricercatori spiegano di non poter ricavare da questo dato una conclusione sicura, non avendo condotto interviste singole. È possibile che l'osservanza troppo scrupolosa delle regole induca maggiore stress; vale anche per la rilevazione della propria temperatura, tanto che una delle persone che hanno risposto la definisce un'operazione "mentalmente difficile". E un'altra descrive un'ansia notevole al momento dell'uso del termometro: "Ogni volta mi sembrava che il cuore saltasse fuori dal petto". Ma non si può neppure escludere un rapporto causa-effetto inverso. Cioè che le persone che soffrivano già di qualche disturbo psicologico fossero anche quelle più portate agli eccessi di zelo.

Il lavaggio delle mani, una delle principali misure per fermare il virus (foto a uso libero da Freepik)

In effetti, lo studio avverte che la ristrettezza del campione e il metodo del sondaggio via web costituiscono un forte limite alla possibilità di trarre conclusioni più generali sulla risposta della psiche alla quarantena. Però i dati forniscono comunque delle indicazioni utili. Forse anche in tempi di Covid-19. "La quarantena può generare un notevole stress psicologico", scrivono i ricercatori. Tra quelli che hanno partecipato al sondaggio, "tutti hanno descritto un senso di isolamento. La carenza di socializzazione e soprattutto di contatto fisico con i familiari viene considerata particolarmente pesante". E alcuni effetti sgradevoli non sono finiti con la quarantena. Il 51% degli isolati ha riferito di aver visto la gente reagire diversamente rispetto a prima. Più precisamente, il 29% ha avuto la sensazione di essere evitato dagli altri, il 15% di non ricevere più chiamate o inviti dai conoscenti. Il 7% riteneva che i mancati inviti riguardassero i propri familiari. Forse però queste discriminazioni verso i "quarantenati" non si riprodurranno quando passerà l'emergenza da Covid-19. Perché stavolta, di fatto, siamo tutti in quarantena.
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