È morto Umberto Bossi.

Fondatore della Lega Lombarda, divenuta poi Lega Nord, per tutti il Senatùr da quando approdò a Palazzo Madama nel 1987, aveva 84 anni. A quanto si apprende era stato ricoverato ieri nel reparto di terapia intensiva dell'ospedale di Circolo di Varese. Le sue condizioni erano già molto critiche, la situazione è precipitata nella tarda serata di oggi.

«L'intera comunità della Lega è profondamente scossa e addolorata per la scomparsa del fondatore Umberto Bossi e si stringe con affetto e commozione ai suoi familiari. Tutti gli appuntamenti previsti per domani sono annullati», riferisce una nota della Lega aggiungendo che il segretario Matteo Salvini tornerà a Milano con il primo volo. Nella tarda serata arriva il suo saluto: «Coraggio, genio, passione, fatica, amore, rivoluzione, radici, libertà. Avevo 17 anni quando ti ho incontrato e mi hai cambiato la vita. Oggi ne ho 53 e ti saluto, nel giorno della Festa del Papà, con una lacrima ma con la stessa gratitudine, lo stesso orgoglio e la determinazione a non mollare mai, come ci hai insegnato. Il tuo immenso popolo ti rende omaggio e continuerà a camminare sulla strada che hai tracciato: quella della Libertà. Ciao, Capo. A Dio».

Da Palazzo Chigi il ricordo della premier Giorgia Meloni: «Umberto Bossi, con la sua passione politica, ha segnato una fase importante della storia italiana e ha dato un fondamentale apporto alla formazione del primo centrodestra. In questo momento di grande dolore, sono vicina alla famiglia e alla sua comunità politica». L'Italia – è il messaggio che arriva dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella – perde un leader politico appassionato e un sincero democratico. Il presidente della Repubblica manifesta vicinanza ai familiari e a tutti coloro che ne hanno condiviso l'impegno nel suo partito». «Non è il Nord che deve dire grazie a Umberto Bossi ma tutto il Paese», il saluto del presidente del Consiglio regionale del Veneto, Luca Zaia, che fu ministro con Bossi nel quarto governo Berlusconi. «Senza il suo contributo di visione, realismo e capacità politica la storia repubblicana sarebbe stata molto differente, priva di un grande interprete della necessità di dare risposte alle istanze dei cittadini delle regioni settentrionali e con esse soluzioni a tutta la società italiana». 

La difesa della Padania

Paladino della “difesa della Padania” contro "Roma ladrona", il suo "celodurismo" è diventata una voce nei vocabolari, definizione di un atteggiamento di brutale radicalità e intransigenza, a tratti anche volgare, portato anche al governo, all'Europarlamento, e alla Camera, dove ormai presentava di rado dopo il grave malore del 2004. Un "Attila della politica", lo definì Gianfranco Fini, il cui nome è associato a quello di Bossi nella controversa legge sull'immigrazione clandestina. Ancor di più la sua storia è intrecciata a quella di Berlusconi, rivale e alleato, poi finalmente grande amico. Con il Cavaliere a Palazzo Chigi, il Senatùr diventa due volte ministro, per le Riforme istituzionali e la devoluzione nel 2001-2004, poi per le Riforme per il federalismo nel 2008-2011. Quando si impone sulla scena nazionale, è la secessione l'obiettivo primario del leader di Cassano Magnago che dopo una giovinezza da "ragazzo della via Gluck", accantonato il piano di laurearsi in Medicina e dopo un’esperienza musicale con il nome di “Donato” al Festival di Castrocaro, si mette in prima linea a diffondere le idee autonomiste e federaliste di Bruno Salvadori, leader dell'Unione Valdôtaine. La svolta è nel giro di un decennio. Bossi fonda e si mette a capo della Lega Lombarda: nel 1989 al primo congresso, davanti a 400 persone, scaglia bordate contro immigrati di colore, omosessuali e terroni. Anni dopo darà del "terùn" anche a Giorgio Napolitano: un anno e 15 giorni di reclusione per vilipendio al presidente della Repubblica, condonato dalla grazia di Sergio Mattarella nel 2019. Ma quelli sono i toni del rito dell'ampolla sul Po, delle adunate oceaniche a Pontida. Fusi vari movimenti regionalisti nella Lega Nord, la guida da segretario alla ribalta mentre scoppia Tangentopoli. Lontana dai centri nevralgici di economia e cultura, la Lega toglie voti ai partiti storici. All'inizio il segretario sta con il pool di Milano, il 16 marzo 1993 uno dei suoi deputati, Luca Leoni Orsenigo, si presenta in Aula con un cappio scorsoio. Un anno dopo, però, anche Bossi deve ammettere un finanziamento illecito da 200 milioni di lire da Montedison alla Lega.

«Un drago con il sorriso»

È raro vederlo senza sigaro. «Un drago con le narici che gli fumano e il sorriso sulla bocca», lo descrive Giuliano Ferrara. Racconta di ispirarsi a don Luigi Sturzo e Konrad Adenauer. Ma con la canotta bianca, gli sfottò, le pernacchie, il dito medio levato, la voce cavernosa, Bossi vanta una "diplomazia d'urto''. Nel '91 urla a un congresso il suo slogan di maggior successo: «La Lega ce l'ha duro».  Due anni dopo a Pontida minaccia lo "sciopero fiscale" per chiedere le elezioni anticipate (tattica usata più volte). Si va al voto, la Lega diventa ago della bilancia: è l'obiettivo di Bossi, che fa sudare l'alleanza a Berlusconi, mettendo sul piatto federalismo e legge antitrust. Rompe con Gianfranco Miglio, l'ideologo della Lega, ma ottiene Irene Pivetti presidente della Camera e 5 ministri. Dopo nove mesi, però, il Senatùr fa il ribaltone e sostiene il governo tecnico di Umberto Dini. Con Berlusconi si alternano liti e pacificazioni, anche quando la Lega (dopo aver corso da sola nel '96) entra nella Casa delle libertà nel 2001 e diventa ancora ministro. «L'anno che viene è quello in cui o si fa il federalismo o si muore», urla da Pontida nella calda estate 2002. Di anni ne serviranno tre, ma la riforma federalista della costituzione poi è bocciata dal referendum. Nel frattempo nel 2004 viene colpito dall'ictus, con un cuore già a rischio dopo un'ischemia nel 1991, un malore nel '96 e qualche disturbo nel 2001.

Il «complotto» e le dimissioni

Si dimette da ministro, opta per un posto all'Europarlamento (con lui la Lega a Strasburgo è sempre stata nel gruppo Alde, quello dei democratici e liberali, mentre ora è in quello sovranista di Identità e democrazia), per poi tornare nell'esecutivo con Berlusconi nel 2008. Vittima di «un complotto» della «Roma farabutta che ci ha dato questo tipo di magistrati», il 5 aprile 2012 Bossi si dimette da segretario della Lega, nel suo partito si agitano le scope. Dal simbolo, intanto, scompare il nome Bossi, rimpiazzato da "Padania" ai piedi di Alberto da Giussano. Il Senatùr rimane presidente federale, di un partito scalato e poi accantonato da Matteo Salvini, che crea la Lega per Salvini premier. I nostalgici danno invece vita al Comitato del nord. Tra fondatore e successore i rapporti non sono mai strettissimi. Alle ultime elezioni, la candidatura di Bossi è in bilico fino all'ultimo, e solo un riconteggio scongiura la mancata rielezione dopo 35 anni.

(Unioneonline/D)

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