A fine mese si ritroveranno i governatori della Federal Reserve, la banca centrale degli Stati Uniti, per decidere se alzare i tassi d'interesse o lasciarli invariati.

Donald Trump ha di recente insediato alla presidenza della FED Kevin Warsh, nominato lo scorso gennaio e confermato dal Senato in aprile. Warsh ha un profilo diverso da quello dei banchieri centrali degli ultimi anni: costoro, prima dell'inflazione post-Covid, avevano quasi smesso di parlare di politica monetaria, frutto della “grande moderazione” che dagli anni Ottanta alla crisi finanziaria aveva permesso di contenere l'inflazione. I robusti interventi dopo la crisi del 2007-2008, che non avevano causato aumenti dei prezzi, avevano fatto sembrare i banchieri centrali personaggi onnipotenti, ai quali i politici potevano rivolgersi per risolvere quasi ogni problema.

Il dopo-Covid ha cambiato tutto. I governi hanno inondato le economie di sussidi, mentre i banchieri centrali non avevano governato adeguatamente l'offerta di moneta. L'ampia disponibilità di moneta è la paglia, l'elevata spesa pubblica il fiammifero: la fiammata inflazionistica era inevitabile, e inevitabilmente è arrivata. Gli americani ne hanno dato la colpa a Biden, che dovette cedere il passo alla sua Vicepresidente, Kamala Harris, quando il duello elettorale era ormai segnato.

Si dice spesso che Trump abbia vinto per la “pancia” dell'America: gli stati rossi, in mezzo fra le due coste, dove l'aumento dei prezzi si è fatto più sentire, lontano dal mondo della finanza, dove alcune cose sono sempre costate poco: un pasto, i beni di prima necessità, la benzina. L'esplosione dei prezzi ha fatto inviperire una fascia di americani convinti che fosse a rischio il proprio modello di vita. Trump è stato eletto per tutelare quella “way of life”: sia contro le storture del politicamente corretto, sia contro i prezzi che mordevano.

Questo è il principale fallimento della sua presidenza. Ha puntato tutto sui dazi, il cui effetto tende a essere l'aumento dei prezzi, dato che il loro scopo è rendere più cari i beni importati. Ma i dazi sono stati, almeno in parte, "internalizzati" dagli importatori che, incerti sulla loro durata, li hanno pagati senza riversarli sui consumatori.

La vicenda iraniana, in cui Trump si è infilato di sua iniziativa, ha invece esercitato una pressione al rialzo che si fa sentire ancora oggi. Il prezzo del jet fuel è più che raddoppiato rispetto ai livelli pre-conflitto, superando i 1.900 dollari a tonnellata contro gli 800 di prima della guerra; negli Usa è passato da 2,50 a quasi 5 dollari al gallone tra fine febbraio e inizio aprile. Il petrolio è tornato sotto i 75 dollari al barile, quasi ai livelli pre-conflitto, ma i prezzi dei prodotti raffinati restano elevati: segno che le strozzature nella raffinazione, più del prezzo del greggio, pesano sui consumatori. Il fenomeno non ha risparmiato l'aviazione americana: pur essendo esportatori netti di jet fuel, gli Usa ne hanno risentito.

Warsh ha molto criticato i suoi predecessori, inclusa la scarsa indipendenza dalla politica che li ha portati a non agire con tempestività contro l'inflazione. Per ora ha lasciato i tassi invariati, mentre Trump spingerebbe per abbassarli e stimolare ulteriormente gli investimenti con un costo del denaro più basso.

Warsh stesso è convinto che l'intelligenza artificiale avrà un tale effetto sulla produttività da portare a prezzi più bassi nel lungo termine, il che giustificherebbe tassi bassi. Sicuramente l'IA sta spingendo gli investimenti Oltreoceano, ma gli auspici di medio termine non coincidono necessariamente con i problemi di breve termine.

Molti osservatori ritengono che i tassi vadano alzati per tamponare le pressioni inflazionistiche: protezionismo, incertezza, le imposte sui consumi volute dall'amministrazione, le contingenze geopolitiche. Se Warsh lo facesse, darebbe prova di quell'indipendenza che è la prima virtù del banchiere centrale - ma scontenterebbe parecchio l'inquilino della Casa Bianca, anche se forse sarebbe il suo bene. Gli elettori di Trump non sono le grandi imprese che fanno investimenti stratosferici, ma i tanti "signor Smith" che si sono scottati le dita con l'inflazione, e che da Trump si aspettavano mettesse mano all'estintore.

Alberto Mingardi

Direttore dell’Istituto “Bruno Leoni”

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