Populista è una parola che non spiega molto. Un po’ come ultra-destra. Quando un partito, l’Alternative für Deutschland, arriva al 44% dei voti alle elezioni della Sassonia-Anhalt, serve a poco apostrofarlo nei modi più fantasiosi. Non è ancora un elettore su due, è più di un elettore su tre: percentuali che i partiti tradizionali non registrano da tempo.

Ciò che accomuna tutti i movimenti "anti-establishment" – per usare una dizione più neutra che rimanda al loro tratto qualificante: sono (per ora) outsider rispetto alle classi dirigenti – sono la critica alle politiche migratorie e la promessa di riavvicinare ai cittadini il momento della decisione politica. Discutere di come vengono interpretati parole e simboli politici è sempre rischioso, ma se il sovranismo è oggi elettoralmente attraente non è tanto per il gusto di vedere le bandiere garrire nel vento. È perché le persone hanno l’impressione che la possibilità di fare scelte rilevanti per la propria collettività sia stata strappata agli Stati nazionali, che erano luoghi ovviamente imperfetti ma ai quali gli elettori avevano preso le misure.

Questo spostamento è andato a vantaggio delle istituzioni europee, sulle quali il controllo democratico è limitato. Tutti riconoscono un problema di governance a Bruxelles, ma le classi dirigenti lo vedono solo nel requisito dell’unanimità, che dà potere di veto ai singoli Stati.

Gli elettori, se vogliamo anche a causa di anni di propaganda in tal senso, percepiscono un problema diverso: ritrovarsi come equivalente del "capo di Stato europeo" una figura, Ursula von der Leyen, che nessuno ha votato. Se la cosa non piaceva quando l’Unione voleva decidere il diametro delle zucchine, tanto meno piace ora che si occupa di riarmo e guerra.

E sull’economia? È assai meno facile trovare tratti comuni. Il sovranismo italiano è nato in polemica con la (presunta) austerità imposta dall’Europa: le sue parole d’ordine sono state a lungo l’abbassamento dell’età pensionabile e la spesa pubblica in deficit, e se l’euro non lo consente tanto vale uscirne. Così pensavano sia Matteo Salvini sia Giorgia Meloni.

Al governo, grazie a Giancarlo Giorgetti, hanno fatto diversamente, e oggi al centrodestra, sul piano fiscale, si può riconoscere prudenza, non avventurismo. Roberto Vannacci ha fondato un partito, sempre più popolare nei sondaggi, attorno a questioni culturali: gli elettori pensano di votarlo per l’immigrazione e per la difesa di alcune "tradizioni" (non marginali: la famiglia come unione di uomo e donna) contro il politicamente corretto. Non ha senso che Vannacci parli di economia, perché non gli serve sul piano politico. L’economia di un Paese moderno è forse la cosa più lontana dall’irregimentazione della vita militare, quindi si capisce che si muova con cautela. Al meeting di Cernobbio, dovendo confrontarsi con Mario Monti, qualcosa ha dovuto dire. I media hanno prestato attenzione ad altri dettagli: le parole di Monti su quanto la retorica vannacciana richiami il fascismo, l’aplomb del generale. Ma quando ha dovuto lanciarsi in qualche proposta ha citato il rapporto Draghi, non un manifesto di rottura con l’europeismo contemporaneo.

È probabile che nei prossimi mesi Vannacci senta il bisogno di parlare di più di economia, e che allora ripeta quanto dicevano Salvini e Meloni quand’erano all’opposizione. In parte perché il suo personale politico viene di lì, in parte per la tentazione di cantare una canzone che ha già avuto successo.

Il caso dell’AfD in Germania è molto diverso. Nato come partito di economisti, non attacca l’Europa perché troppo rigorista, ma, al contrario, perché ha abbassato la guardia sui conti pubblici. I sovranisti francesi somigliano a quelli italiani, quelli spagnoli tendono a essere più attenti al rigore di bilancio. Perché queste differenze? Perché, checché se ne dica, anche i partiti nuovi riflettono la cultura politica di un Paese, e questi movimenti non nascono dal nulla. Chi li ha fondati e chi li guida di solito proveniva da partiti di centrodestra "tradizionale", che accusa di essersi snaturati. Governare ovviamente impone dei compromessi. Le forze anti-establishment promettono di farne di meno. L’esperienza italiana suggerisce che, per disinnescare l’estremismo, nulla è più efficace della responsabilità che una vittoria elettorale porta con sé.

Alberto Mingardi

Direttore dell’Istututo “Bruno Leoni”

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