La notizia politica della settimana è quella arrivata mercoledì scorso, con la Commissione europea che, dopo un balletto di qualche giorno, ha concesso all’Italia, e non solo all’Italia, di poter conteggiare all’interno del calcolo delle spese previste per la difesa e per la sicurezza anche una quota di spese dedicate al tamponamento della crisi energetica, purché quelle spese siano legate non a toppe temporanee, come le accise, ma a investimenti strutturali, come le rinnovabili.

È un successo politico per il governo, il primo dopo la scoppola referendaria, ma dietro quel successo politico non c’è solo una trattativa tra presidente del Consiglio e presidente della Commissione: c’è una storia al centro della quale vi è un’alleanza sempre più forte tra il partito di Meloni e la Commissione guidata da Ursula. Di questo patto Meloni non parla, evita di ricordare che un pezzo da novanta di FdI, come Raffaele Fitto, è vicepresidente della Commissione, ed evita di ricordarlo perché altrimenti dovrebbe riconoscere quello che fatica ad ammettere: in Europa, il partito di Meloni, e anche la Forza Italia guidata da Antonio Tajani, sostiene una maggioranza larga, composta anche da centristi e socialisti. E ogni successo di Meloni in Europa, nelle trattative con Ursula, passa dalla sua capacità di allontanarsi da un partito di governo, la Lega, e di avvicinarsi al fronte avverso, ovvero i partiti che sostengono Ursula.

I benefici per gli italiani, quando arrivano dall’Europa, passano da quello che in Italia Meloni definirebbe inciucio. Si fa ma non si dice. Si incassa ma non si rivendica. Avanti il prossimo.

Bollette a parte, quanto sta pesando la guerra in Iran sull’Italia? La storia di Hormuz la conoscete: uno stretto da cui passa un quinto del petrolio globale e che è fermo, bloccato, immobilizzato da mesi a causa della guerra in Iran. Ma Hormuz, esattamente, quanto pesa sul nostro Paese? Che effetti sta avendo? Che conseguenze sta generando? Hormuz pesa sull’Italia molto più di quanto sembri, perché non è solo un problema di navi ferme in Medio Oriente: è un moltiplicatore di costi per un Paese manifatturiero, importatore netto di energia e ancora troppo dipendente dal gas. Per l’Italia l’esposizione diretta, secondo le stime riprese dal New York Times, vale circa 11 miliardi di dollari di import energetici legati a quella rotta. Ma il conto vero arriva per via indiretta: petrolio, gas, assicurazioni, noli, materie prime, credito. Confindustria ha quantificato bene il rischio: nel 2026 la bolletta energetica della manifattura italiana può aumentare di 7 miliardi se la crisi rientra rapidamente, fino a 21 miliardi se il conflitto si prolunga per tutto l’anno. È una forchetta enorme, che misura quanto Hormuz sia già diventato un problema industriale. Significa margini più stretti, meno investimenti, meno competitività rispetto a Paesi che hanno elettricità più economica e un mix energetico meno esposto.

Bankitalia ha aggiunto un dato strutturale: nell’Ue le rinnovabili sono salite dal 22 al 48 per cento della generazione elettrica tra 2010 e 2025; in Italia dal 23 al 41 per cento. Non siamo fermi, ma siamo più lenti. E con il gas ancora intorno al 40 per cento della generazione elettrica, ogni shock geopolitico si trasforma in shock economico. Le bollette sono solo un pezzo della storia. Dietro quella storia c’è il catalogo delle vulnerabilità dell’Italia.

Infine la politica interna. Ogni tanto, fa capolino una domanda: che intenzioni ha Matteo Renzi, cosa sta tramando, cosa vuole fare, dove vuole andare? La domanda non riguarda solo la percentuale dei suoi consensi, al momento ancora bassa. Riguarda un tema di prospettiva: dove vuole andare con il suo partito? Italia Viva conta quello che conta, si aggira attorno al due per cento, ma si muove con un doppio obiettivo. Il primo: provare a convincere Silvia Salis, sindaca di Genova, a correre alle primarie del centrosinistra, quando ci saranno, e in caso contrario cercare qualcun altro con cui provare a pesare nei gazebo più di quanto il partito pesi a livello nazionale. Il secondo obiettivo riguarda il dopo elezioni, e il calcolo di Renzi è semplice: se davvero il campo largo dovesse vincere, ora che Italia Viva è stata digerita da tutti gli alleati, il centro del centrosinistra potrebbe ambire a diventare quello che è stata Forza Italia nel governo di centrodestra, trasformandosi nell’interlocutore necessario. Le mosse sono spericolate ma passano anche da una scelta ulteriore: provare a creare un aggregatore di partiti di centro che guardano al centrosinistra, nella consapevolezza che la futura legge elettorale fisserà l’asticella del tre per cento e che per raggiungerla avere una lista unitaria di partiti di centro è meglio che averne tanti in giro. Funzionerà? Chissà.

Claudio Cerasa

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