Gli ostacoli per l’AI: l’analisi del 4 giugno 2026
Di Alberto MingardiLa settimana scorsa, nelle sue considerazioni finali, il Governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta ha definito l’intelligenza artificiale una “leva decisiva” per rilanciare la produttività del lavoro in Italia. Panetta si è tenuto alla larga sia dall’entusiasmo più acceso (i computer lavoreranno per noi e vivremo tutti di rendita) sia dal catastrofismo apocalittico (la razza umana ha gli anni contati). Ha invece sottolineato, con realismo, ciò che c’è da aspettarsi da una tecnologia come l’AI: che accresca la produttività del lavoro.
Ovvero ci renda possibile fare più cose a fronte dello stesso impiego di tempo. Due gli scenari: con un’adozione più lenta da parte delle imprese, la produttività potrebbe aumentare dello 0,2% all’anno; con una diffusione più rapida, l’aumento potrebbe superare un punto percentuale. Nello scenario più favorevole, questi guadagni potrebbero più che compensare il calo del prodotto che ci si aspetta dalla contrazione della popolazione in età da lavoro.
Quali sono i problemi? Panetta ha richiamato problemi specificamente europei e ancor più italiani. Il divario crescente fra reddito americano e reddito europeo negli ultimi vent’anni si spiega in larga misura con la rapida adozione delle tecnologie digitali negli Stati Uniti, mentre da questa parte dell’Atlantico siamo sempre arrivati più tardi. Attenzione: la questione non è tanto chi inventa cosa. Il bello di un mondo più integrato e interconnesso è che conta poco se siano americani, cinesi o congolesi a sviluppare una nuova tecnologia: essa viaggia rapidamente per il pianeta e può essere adottata altrove, a patto di non farsi problemi di passaporto.
La sfida dell’AI, dunque, non è arrivare per primi alla frontiera tecnologica – quella è una partita fra imprese americane e cinesi. La cosa importante è integrare rapidamente quelle tecnologie nei nostri processi produttivi, rendendoli più efficienti. È ciò che non siamo riusciti a fare col digitale, e l’andamento della produttività italiana lo testimonia. Oggi in Italia solo il 30% delle aziende ricorre all’AI, e appena il 5% ne fa un uso intensivo; per lo più resta confinata ad applicazioni semplici.
Panetta ha ricordato che, nelle grandi rivoluzioni tecnologiche, i benefici maggiori vanno a chi sa usare le tecnologie, non a chi le inventa. Ma se non siamo culturalmente disponibili a fare esperimenti e a tollerare l’errore, è improbabile che apprenderemo a usare l’AI al meglio. C’è qui un problema difficile da aggirare. L’intelligenza artificiale non è la macchina a vapore: non serve a far muovere bielle e stantuffi, ma a migliorare e accelerare il lavoro intellettuale. Sulle mansioni cognitive la nostra società ha investito moltissimo, anche simbolicamente, negli ultimi decenni: un tempo l’università era per pochi, oggi è diventata di massa.
Non è detto, purtroppo, che chi ha studiato di più sia anche più disposto a rimettere in discussione il proprio modo di lavorare. Anzi, l’irrigidimento che si osserva in scuole e università sul tema del digitale e dell’AI (con chi spererebbe di tenerle fuori dalla porta per difendere rendite di posizione) non fa ben sperare. C’è poi un ulteriore ostacolo strutturale. Il lavoro intellettuale è impiegato prevalentemente nei servizi. La manifattura è esposta alla concorrenza internazionale e, nel corso degli anni, ha imparato a essere più flessibile ed efficiente.
Il terziario in Italia, al contrario, tende a essere più protetto, frammentato e, quando non rientra direttamente nel perimetro pubblico, vive di rendite locali. È dunque un ambito nel quale è più difficile immaginare una rapida adozione di nuove tecnologie, dal momento che l’innovazione di solito è mossa dalla logica del profitto e da un’intensa competizione, due motori che nel nostro terziario girano spesso al minimo.
Alberto Mingardi