“Il Presidente sta facendo quello che aveva promesso di non fare, cioè coinvolgerci in nuove guerre, e non quello che aveva promesso di fare, cioè ridurre il carovita”.

Il commento è di Ruben Gallego, senatore e stella nascente del Partito Democratico. Viene dunque da un avversario di Trump, e come tale va preso. Però coglie un punto essenziale. Da questa parte dell’Atlantico, osserviamo essenzialmente le mosse del Presidente Usa in politica internazionale (i più con preoccupazione, qualcuno con entusiasmo). Rispetto al consenso di cui gode in patria conterà, come sempre, soprattutto l’economia.

Sono tanti i motivi per cui Trump ha vinto le elezioni ma uno dei principali è la fiammata inflazionistica post-Covid. Gli americani, come noi tutti, si erano ormai abituati ad avere una valuta sostanzialmente stabile, con un deprezzamento moderato. Grazie ai sussidi elargiti, a debito, a causa della pandemia, la spirale dei prezzi è ripartita.

L’amministrazione Biden aveva varato un “Inflation Reduction Act” che, mettendo in campo ulteriore spesa pubblica, fece tutto fuorché spegnerla. L'inflazione è aumentata da aprile e rimane ben al di sopra dell'obiettivo del 2% fissato dalla Fed.

Tuttavia, non c’è stata un’altra impennata, come molti avevano previsto a causa dell’introduzione di dazi doganali su larga scala. 

Un dazio è una tassa pagata dai consumatori sui prodotti di importazione: il che significa che si alza il prezzo di questi ultimi e anche che gli equivalenti “nazionali” possono essere venduti a un valore più elevato di quello che emergerebbe dal processo di concorrenza.

Parimenti, gli economisti avevano ipotizzato un rafforzamento del dollaro a fronte dei dazi, che invece si è indebolito rispetto all’euro (creando ulteriori grattacapi alle nostre imprese esportatrici).

Questo protezionismo in pompa magna mira al “rinascimento manifatturiero” degli Stati Uniti. Ciò, nel breve, avrebbe dovuto avere effetti positivi sul tasso di occupazione. Invece le assunzioni sono in calo e la disoccupazione in leggero aumento. Intendiamoci: l’economia americana nel 2025 è comunque cresciuta del 2%, che è meglio di quanto abbia fatto qualsiasi Paese europeo. Nel 2024 il tasso di crescita era stato il 2,8. Trump ha mantenuto il Paese sostanzialmente sulla stessa velocità di crociera, senza scatti in avanti.

Perché i dazi non hanno spinto l’inflazione? Due studiosi della Northwestern University hanno cercato la risposta nel passato. Esaminando dati che abbracciano il periodo 1840-2024, rilevano che gli aumenti dei dazi sono solitamente seguiti da un leggero rialzo dell'inflazione. Tuttavia, l'impatto risulta moderato, perché la crescita dei costi delle importazioni viene controbilanciata dal calo della domanda dovuto alla diminuzione delle importazioni e delle esportazioni e alla contrazione dell’attività manifatturiera.

L’economia oggi è molto più interconnessa di quanto non fosse cento o anche solo cinquant’anni fa. In parte l’aumento del dazio sui beni di consumo è stato, per ora, riassorbito da produttori e importatori, che hanno calmierato l’aggravio sul cliente per mantenere quote di mercato (anche perché sperano si faccia marcia indietro: è atteso a breve il verdetto della Corte Suprema sulla costituzionalità di queste misure). Ma perlopiù ciò che si sposta nel mondo non sono prodotti che finiscono sugli scaffali del supermercato, bensì componenti e beni intermedi. In quel caso, l’aumento dei costi delle forniture ha indotto le imprese a rivedere i propri programmi. L’effetto sull’occupazione non è stato quello di reimportare lavori, quanto semmai di rallentare i nuovi ingressi (nel dubbio, non si assume). Come sempre, gli esiti più significativi delle decisioni sono quelli che, nella loro foga retorica, i politici evitano accuratamente di considerare.

Alberto Mingardi

Direttore dell’Istituto “Bruno Leoni”

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