Meloni al New York Times: «Pensavo fosse più facile parlare con Trump»
La premier intervistata: «Non mi piace l'idea di un'Italia sottomessa, serve la rivoluzione dell'orgoglio»Trump e Meloni (EPA/FILIPPO ATTILI/PALAZZO CHIGI)
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Visione comune sui migranti, riflessi sovranisti e una condivisa insofferenza per la cultura woke. Sulla carta, una sintonia quasi perfetta. Poi qualcosa si è inceppato. «È chiaro che con Donald Trump ho creduto che le cose sarebbero state più facili, considerata la nostra convergenza sull'immigrazione e sulla cultura woke. Le cose sono andate in maniera diversa», ammette Meloni, chiamata a misurare le distanze tra le due sponde dell'Atlantico dopo mesi trascorsi a incarnare il ponte naturale con il volubile inquilino della Casa Bianca.
Una riflessione che affiora dal lungo ritratto che il New York Times dedica alla premier, firmato dal capo dell'ufficio di Parigi, Roger Cohen: un viaggio delineato per raccontare ai lettori statunitensi come l'Italia sia cambiata nei quasi quattro anni della leader di Fratelli d'Italia a Palazzo Chigi e pubblicato alla vigilia del traguardo storico dell'esecutivo più longevo della Repubblica. Il foglio americano descrive la parabola dalla destra post-fascista al cuore della politica dell'Europa attraverso la lente di una Meloni «calma e combattiva», ironica e feroce, capace persino di scherzare sul proprio destino: «Avrei dovuto fare teatro. Pensate quanto mi sarei divertita di più». Il palcoscenico, invece, è diventato quello della politica internazionale. E il co-protagonista più influente il tycoon. L'ultima conversazione tra i due risale al 17 giugno, al G7 di Evian. Poi lo strappo, quando The Donald raccontò a La7 di essere stato «implorato» dalla premier per una fotografia insieme, aggiungendo di aver accettato perché gli aveva «fatto pena».
La replica arrivò a stretto giro: «Le dichiarazioni di Trump sono totalmente inventate. Sono francamente allibita. Io e l'Italia non imploriamo mai», rispose con un duro video Meloni, raccogliendo la solidarietà dei partner europei riuniti a Bruxelles. A distanza di due mesi, la presidente del Consiglio rimette quei frammenti dentro una cornice più larga. Senza cambiare la bussola: «Continuo a credere che l'unità dell'Occidente sia molto importante». Ma tracciando il confine tra affinità politiche e interesse nazionale: «Non decido la strategia italiana in base ai miei rapporti personali». Una postura che va oltre il rapporto con l'inquilino della Casa Bianca e salda la biografia politica di Meloni al racconto del Paese. La ragazza entrata a 15 anni in una destra allora ai margini diventa, nella sua prospettiva di ormai ex underdog, la prova che anche l'Italia può ribaltare il pronostico, smettendo di considerarsi la minore tra le grandi potenze. «Non mi piace l'idea di un'Italia sottomessa, un'Italia che si considera inferiore agli altri», riflette la premier, indicando nella «rivoluzione dell'orgoglio» «la più grande che possa avvenire in questa nazione».
All'orgoglio affianca il coraggio, lo stesso che rivendica per se stessa, stando «dalla parte scomoda della storia». Coordinate che si proiettano già sulla sfida elettorale del 2027. Fin qui diversi indicatori economici si sono mossi in direzione positiva, osserva il New York Times, riportando tuttavia il controcanto delle opposizioni e della segretaria del Pd, Elly Schlein. La premier risponde elencando i suoi «parametri»: occupazione, inflazione, sbarchi irregolari, sanità, spread. «Ditemi se non sono migliori». Poi ricorre all'ironia: «Ma è possibile che io non abbia fatto nulla!». Dai numeri si torna presto all'identità, a partire dalla scelta di farsi chiamare «il presidente» del Consiglio. Le femministe, affonda, hanno combattuto «le battaglie sbagliate», comprese quelle sulle quote di genere. «Quello che mi interessa è se sono libera di diventare presidente del Consiglio dei ministri. Questa è parità, non essere chiamata 'la presidente'». Riaffiora così lo slogan «Io sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono italiana, sono cristiana»: non più soltanto un manifesto da comizio ma, evidenzia Meloni, una chiave per intercettare «la sensazione» di essere «minacciati nella propria identità più autentica e fondamentale», dando voce a una «ribellione emotiva». Un terreno condiviso con l'universo Maga. Ma alla domanda se tornerà a sentirsi con Trump dopo la pausa estiva, arriva un semplice: «Beh, vedremo».
(Unioneonline)
