Il 9 maggio appena trascorso, Vladimir Putin, durante la parata militare per il Giorno della Vittoria, ha dichiarato che il conflitto in Ucraina starebbe volgendo al termine, mostrando nel contempo una apertura ai negoziati con l’Unione Europea. Sarà magari solo un’impressione, eppure del conflitto russo ucraino, che prosegue oramai da quattro anni, non si sentiva più parlare, o meglio, con l’insediamento alla Casa Bianca di Donald Trump non sembrerebbe essersene sentito parlare con la centralità che lo aveva caratterizzato nell’ambito del dibattito pubblico e politico nazionale e internazionale dell’amministrazione Biden.

Il Governo di Giorgia Meloni, aveva sposato in tutto e per tutto, e continua a condividere, la linea filo-atlantista/europeista del suo predecessore, Mario Draghi, portando un sostegno costante all’Ucraina. Qualcosa è cambiato pur tuttavia, se non proprio sul piano delle strategie politiche interne, quanto meno sul piano della percezione comune che inevitabilmente finisce per influenzare, gioco forza, le dinamiche politiche. Sarebbe difficile negarlo: la sensazione che il conflitto russo-ucraino, con tutto il suo portato ideologico, sia passato quasi in secondo piano parrebbe diffusa.

I negoziati, tutto considerato, sembrerebbero ancora in stallo, fermi sulla richiesta della Russia all’Ucraina di cessione (per così dire) della porzione di Donbas ancora sotto il suo controllo. Per Mosca, infatti, la questione, è conditio sine qua non per la risoluzione del conflitto, mentre Kyiv, da parte sua, sembrerebbe maggiormente interessata a porre fine ai combattimenti, senza dover cedere i territori che ancora controlla.

Non è un mistero per nessuno: l'attenzione mediatica internazionale, e quella occidentale in particolare, si è di fatto, e forse inevitabilmente, concentrata su altri eventi, come il conflitto in Medio Oriente, con la chiusura dello Stretto di Hormuz e con tutte le sue conseguenze sull’economia globale. Il progressivo disimpegno americano ha riportato in auge il dibattito sull’autonomia strategica europea, rendendo la guerra, o meglio, le guerre, uno spartiacque, un momento di transizione storico ed ineludibile per l’intero continente in vista di un nuovo ordine mondiale ancora assai poco definito che rischia di ridisegnare alleanze e centri di potere. Sarebbe importante comprendere, sul piano della quotidianità contingente, in che modo la guerra in Ucraina continui a rappresentare, sia pure in maniera meno visibile, un fattore centrale per il Continente Europeo, e per questo idoneo, se davvero idoneo, ad influire in maniera incidente sulla geopolitica.

Nel contesto di una cultura pacifista, quale quella che contraddistingue il continente europeo, i cittadini parrebbero mostrare stanchezza e preoccupazione per le guerre in atto e probabilmente, il desiderio comune, sembrerebbe quello di sentir prediligere la via diplomatica e la neutralità anche al fine di evitare ogni potenziale allargamento dei conflitti in corso. D’altra parte il rifiuto della sola idea della guerra, parrebbe rappresentare l’esito naturale del lungo periodo di pace che l’Unione Europea ha saputo assicurare nel tempo e a diverse generazioni, imponendo e radicando nella formazione delle stesse una grammatica pacifica difficilmente resettabile. Probabilmente è giunto il momento per le classi dirigenti di prenderne atto.

Giuseppina Di Salvatore

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