L'ex Ris del caso Garlasco: «La questione del Dna un'anomalia»
Per i consulenti del pm la traccia di Chiara Poggi sui pedali è un «dato solido»: «Ma le repliche nulle erano da chiarire»Il profilo genetico sui pedali della bici di Alberto Stasi attribuito a Chiara Poggi è un «dato solido in termini di riproducibilità e attendibilità» e «nessun consulente o perito ha mai messo in discussione la qualità e l'attribuzione di tale profilo alla vittima». Tuttavia, quando le due ripetizioni effettuate il giorno dopo il test chiave restituirono un risultato nullo - una «anomalia» di cui, comunque, circolava voce nei laboratori - «sarebbe stato opportuno» da parte di chi si occupava degli accertamenti biologici «indagare il motivo di tale contrastante esito e procedere, per esempio, ad eseguire ulteriori» approfondimenti.
Riguarda la metodologia adottata dai carabinieri del Ris di Parma 19 anni fa, quando vennero incaricati di indagare sul delitto di Garlasco, il rilievo messo nero su bianco da Carlo Previderè e Pierangela Grignani, consulenti della Procura di Pavia, nella loro relazione depositata con la nuova chiusura dell'inchiesta sull'omicidio della giovane. Inchiesta che punta il dito contro Andrea Sempio e pare portare acqua al mulino di Stasi e dei suoi difensori che mirano alla revisione. Il nodo, che nulla ha a che vedere con Sempio e su cui sono stati sentiti anche gli ex ufficiali del reparto speciale dell'Arma, compreso il generale Luciano Garofano, riguarda le contro-analisi effettuate il 20 settembre 2007 sul materiale biologico rintracciato sui pedali della 'Umberto Dei' dell'ex studente della Bocconi: a differenza del giorno precedente, non avevano fornito alcun nome e cognome.
Una questione, sollevata dai consulenti del condannato, Pasquale Linarello e Ugo Ricci, sulla base di «dati grezzi» chiesti al Ris l'anno scorso assieme a tanto altro materiale, in gran parte distrutto con la sentenza passata in giudicato. Per i due genetisti «il dato 'presenza di Dna della vittima sui pedali' - si legge nel loro elaborato - sarebbe stato da considerare non confermato, analiticamente incoerente e scientificamente non idoneo a fondare una conclusione probatoria affidabile» e quindi «non avrebbe dovuto essere prodotto come esito definitivo e, in ogni caso (...) entrare nel processo», come uno dei sette indizi di colpevolezza. Gli esperti nominati dai pm pavesi, invece, non mettono in dubbio che quello rintracciato allora fosse il Dna di Chiara: per loro il risultato del test «è da considerarsi valido e attendibile per la scienza dell'epoca». E «nessuna linea guida o raccomandazione (...) anche attuale, avrebbe richiesto l'ulteriore ripetizione dell'amplificazione» di quel campione, data «l'eccellente qualità dei profili ottenuti il giorno precedente». Poi, però, a seguito di quel «dato completamente negativo» il capitano del Ris Alberto Marino, che ha affermato di aver replicato le analisi per uno «stupido eccesso di zelo», si sarebbe dovuto porre «la questione» e capire le ragioni di questi esiti «contraddittori».
Esiti definiti «una cosa anomala» di cui non si può escludere ne fossero venuti a conoscenza anche i consulenti del tempo della difesa Stasi, dato che «entravano» nei laboratori, come ha messo a verbale l'ex Ris Alessandro Coli, e «facevano l'attività insieme e ricontrollavano i risultati, questo intuivo». Circostanza ricordata da un altro ex Ris, Giorgio Portera, che ha precisato «che c'era una frequenza quasi giornaliera anche dei consulenti di parte, Fabbri (genetista di Stasi, ndr), in laboratorio», i quali avevano «particolare attenzione anche nella compilazione» dei «fogli di lavoro». Dalle carte appena depositate vengono a galla altri particolari. La «sequenza traumatica» dell'aggressione a Chiara: per i consulenti dei pm «l'intervallo fra le prime lesioni e la morte» sarebbe stata nell'ordine «non inferiore a circa 15-30 minuti e plausibilmente compreso fra 30 e 60 minuti, pur non essendo scientificamente definibile con maggiore precisione».
E poi le intercettazioni in cui la madre di Andrea, un anno fa, è sbottata: «L'hanno chiamato a prendere le misure... ma perché non gliele avete prese a Stasi? (...) venti anni dopo che è venti chili in più ... e che cavolo ... eh si ... eh si eh ... e l'unica cosa che gli è rimasta uguale è il numero di scarpe (...). aveva il 44 all'epoca e ce l'ha ancora adesso ... ma il resto del fisico cambia». Parole che hanno riesumato il tema dell'impronta a pallini lasciata dalla Frau taglia 42 dell'assassino sulla scena del crimine e nella quale il piede di Sempio, per i consulenti dei Poggi, non può entrare essendo più lungo e largo.
(Unioneonline)
