Burlò parla al Senato: «Il carcere a Caracas era un campo di concentramento»
L’imprenditore torinese ascoltato in un’audizione parlamentare dieci giorni dopo la sua liberazionePer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
A più di una settimana di distanza dalla liberazione, insieme ad Alberto Trentini, Mario Burlò è ritornato a parlare della sua terribile esperienza, durata ben 14 mesi, nel carcere venezuelano di Caracas. «Più che un carcere quello di Caracas era un campo di concentramento, dove ci rasavano i capelli a zero. Ho visto dei ragazzi musulmani, che durante il Ramadan non mangiavano, venire intubati con attrezzi infilati nelle parti intime. La prima notte mi hanno fatto dormire su una sedia finché un signore non mi ha ceduto il suo materasso, un gesto d’amore che non dimenticherò mai. Dopo 14 mesi sono qui per parlarvi non di un’ingiusta detenzione, bensì di un vero e proprio sequestro di persona».
L’imprenditore torinese, ascoltato quest’oggi in Senato davanti alle Commissioni Affari esteri e Difesa, ha ringraziato il Governo definendosi come un miracolato, vista la gravità della situazione. «Era stato dato l'ordine di ammazzarci. Sapevo che era un rischio concreto fin quando non ho sentito l’Ambasciata, lì ho capito che non eravamo soli».
Burlò ha poi voluto ribadire il suo impegno verso tutti coloro che si trovano ancora reclusi all’interno del carcere: «Il lavoro non è finito. Continuerò a battermi per tutti quei ragazzi rimasti in carcere, l’ho promesso a me stesso quando ero ancora rinchiuso. Non posso accettare che quei ragazzi vengano torturati, devo salvarli, questa è la mia ragione di vita. Anche senza più Maduro il governo non è cambiato, il suo ex braccio destro Diosdado Cabello continua a permettere queste pratiche orrende».
(Unioneonline/ n.s.)
