Una seduta aperta quella del consiglio comunale di Porto Torres, tenutasi questa mattina, per celebrare la ricorrenza di “Sa Die de sa Sardigna” – che commemora i “Vespri Sardi” del 1794, uno degli eventi più significativi della storia sarda, che segna l’insurrezione popolare contro il governo piemontese sabaudo e la cacciata del viceré e dei funzionari piemontesi dall’isola.

Ad aprire i lavori è stato il presidente del Consiglio Franco Satta: «La storia ci insegna che le ragioni dell’insurrezione popolare furono di ordine politico ed economico insieme, dettate soprattutto dall’impedimento di far esercitare ai sardi la propria autodeterminazione, una parola con un significato importante, perché si tratta dell’atto con cui i cittadini stabiliscono, nel rispetto dei principi legislativi, l’espressione positiva della libertà». Il presidente Satta ha poi lasciato la parola al giornalista, scrittore e saggista Vindice Lecis, che ha ripercorso le vicende storiche e sociali del periodo.

A seguire, l’intervento di Daniela Masia Urgu dell’Istituto di Studi e Ricerca Camillo Bellieni che si è concentrata sulla storia di Giovanni Maria Angioy, che 230 anni fa, proprio da Porto Torres, si imbarcò per scampare alla cattura da parte del governo sabaudo.

L’amministrazione piemontese della Sardegna iniziata tra il 1718 e il 1720 aveva generato estremo malcontento per il trattamento riservato ai sardi dai piemontesi che, per ordine reale, escludevano il popolo da qualunque partecipazione alla vita politica e attività in ambito amministrativo. In tutta l’isola si diffusero sentimenti di insofferenza e rivoluzionari. Ciò che rese consapevoli i sardi della situazione inaccettabile in cui vivevano fu rafforzato dalla resistenza opposta al giovane Napoleone Bonaparte quando, nel 1793, attaccò la Sardegna lungo due linee, il Cagliaritano e l’arcipelago de La Maddalena. I sardi sventarono il piano di conquista francese e in cambio chiesero di accedere alle cariche pubbliche, di creare un Consiglio di Stato a Cagliari e di istituire un Ministero per gli affari della Sardegna a Torino. Fu proprio il diniego opposto dal re, tramite il viceré Vincenzo Balbiano, ad accendere la miccia che scatenò i moti rivoluzionari.

L’arresto di Vincenzo Cabras e Efisio Siotto Pintor, a capo delle proteste, scatenò “sa die de s’acciappa”, cioè il giorno della cattura del 28 aprile del 1794: 514 funzionari piemontesi, insieme al viceré Balbiano furono rastrellati dai cagliaritani e condotti al porto di Cagliari, per essere poi imbarcati.

Giovanni Maria Angioy, giudice della Reale Udienza, fu inviato a Sassari da “alernos” per pacificare le campagne in rivolta contro i feudatari ma, ben presto, si trasformò in un sostenitore degli oppressi e in leader rivoluzionario. Da Sassari, organizzò la marcia verso Cagliari per reclamare la fine dell’oppressione del popolo e rivendicare una nuova autonomia amministrativa e politica per la Sardegna. Ma, nonostante l’appoggio iniziale, la situazione precipitò e Angioy fu dichiarato fuorilegge dai Savoia. Grazie all’intervento dei cavalieri di Scano Montiferro, che lo travestirono e lo scortarono fino a Porto Torres, riuscì a partire riparando in Francia, dove morì. Fallì così la rivoluzione sarda, lasciando l’isola sotto la dominazione sabauda. Ma quel giorno, il 28 aprile, rimane per tutti i sardi un simbolo di orgoglio, di unità e di risveglio.

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