Ci sono storie che il tempo non riesce a cancellare. Sono quelle delle persone morte senza che nessuno sia riuscito a restituire loro un'identità, dei corpi rimasti senza nome e delle famiglie che, forse ancora oggi, attendono una risposta. In Sardegna sono 24 i casi di cadaveri non identificati censiti nel nuovo Registro Nazionale dei Cadaveri Non Identificati, pubblicato online il 26 ottobre dall'Ufficio del Commissario straordinario del Governo per le persone scomparse.

Un dato che restituisce la dimensione di un fenomeno doloroso e spesso dimenticato, fatto di ritrovamenti lungo le coste, in mare, nelle campagne e persino all'interno di grotte. Persone la cui identità, nonostante gli accertamenti e il passare degli anni, non è ancora stata ricostruita.

A richiamare l'attenzione sulla situazione sarda è l'avvocato Gianfranco Piscitelli, presidente di Penelope Sardegna Odv e componente del Direttivo nazionale di Penelope Italia odv, associazione impegnata quotidianamente nel sostegno alle famiglie delle persone scomparse.

«Per un'associazione come Penelope» sottolinea Piscitelli, «questo registro rappresenta una mappa dolorosa ma necessaria. Ogni riga, ogni codice identificativo, non è un semplice dato statistico: è una persona che ha lasciato una famiglia nel limbo dell'attesa e della mancata elaborazione del lutto».

Il primo caso sardo riportato nel registro risale al 30 agosto 1974. A Olbia, nella località Santa Lucia, venne ritrovato il corpo di un uomo di circa trent'anni. Tra gli effetti personali figuravano una radiolina con cuffiette e due paia di pantaloni. Dettagli che, a distanza di oltre mezzo secolo, potrebbero ancora rappresentare elementi utili per eventuali confronti investigativi.

Nel corso degli anni i ritrovamenti si sono susseguiti in diverse zone dell'Isola. Nel 1986 un uomo venne recuperato nelle acque antistanti Posada. Nel 1995, a Bosa, fu ritrovato il corpo di una donna di circa 40-45 anni, la cui morte risaliva presumibilmente a diversi mesi prima.

Altri casi hanno interessato Marrubiu, Carloforte, Trinità d'Agultu, Castelsardo, San Vero Milis, Orani, Nuoro, Budoni e Urzulei.

Particolarmente significativo è il ritrovamento avvenuto nel 2007 a Orani, nella località Passarinos, dove alcuni speleologi individuarono un teschio e altri resti umani all'interno di una grotta. Secondo le informazioni riportate nel registro, la morte sarebbe avvenuta presumibilmente tra il 1960 e il 1980.

Nel 2009, a Carloforte, venne ritrovato il corpo di un bambino di circa cinque anni. Un caso particolarmente drammatico, che richiama con forza la necessità di non lasciare nessuna identificazione irrisolta.

Tra gli elementi descrittivi presenti nelle schede figurano indumenti, scarpe, accessori e oggetti personali. A volte sono proprio questi particolari a poter fare la differenza: una marca di abbigliamento, un paio di scarpe, una cintura o un oggetto apparentemente insignificante possono diventare strumenti preziosi per ricostruire un'identità. Gli ultimi due casi sardi riportati nel registro risalgono all'aprile 2025: il 18 aprile, a Bosa, in località Sa Pedra Ruggia, sono stati rinvenuti resti umani riferibili a un uomo di età stimata tra i 30 e i 35 anni; dieci giorni dopo, il 28 aprile, a Capo Frasca, nel territorio di Arbus, è stato ritrovato il corpo di una donna.

Sono 897 i casi censiti in Italia nel nuovo Registro nazionale. Il Lazio è la regione con il maggior numero di ritrovamenti (195), seguito da Lombardia (154) e Campania (93). La Sardegna, con 24 casi, rappresenta il 2,68% del totale nazionale.

«Identificare questi corpi significa restituire dignità ai defunti e dare finalmente una risposta a chi spera e soffre da anni», sottolinea l'avvocato Gianfranco Piscitelli. «Il nostro impegno continua affinché a ciascuno di questi 24 corpi venga restituito il diritto più sacro: quello di avere una lapide con su scritto il proprio nome».

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