Il Comitato “Non Ti Temo” lancia l’allarme: «A Bosa non si sono mai registrate vittime per le piene del Temo, grazie alla conoscenza storica del fiume, ma le opere in corso rischiano di stravolgerne il comportamento naturale, esponendo la città a pericoli nuovi e non valutati».

Si accende dunque nuovamente il dibattito sulle opere idrauliche in corso lungo il fiume che vede in prima linea il Comitato presieduto da  Manfredo Atzeni, già magistrato amministrativo, che ha annunciato il deposito di nuovi esposti presso le Procure della Repubblica di Oristano e Cagliari, oltre che alla Procura regionale della Corte dei Conti.

Al centro delle segnalazioni, una lunga serie di criticità cheriguardano procedure, autorizzazioni e scelte progettuali relative agli interventi in corso. Il nodo principale, spiegano dal Comitato, è l’assenza della Valutazione di Impatto Ambientale sull’intero progetto. «Non si tratta di una semplice formalità dimenticata – afferma Atzeni – ma di una scelta politica precisa che ha escluso il controllo pubblico. Si rischia di costruire un’infrastruttura già superata – sostiene Atzeni – sottodimensionata e inutile rispetto alle reali criticità idrauliche della città».

Il Comitato ricorda inoltre che l’intero intervento di arginatura del Temo, suddiviso in tre lotti per circa 30 milioni di euro, deriva da uno studio di fattibilità vecchio di quindici anni, basato su un progetto “integrato” oggi completamente disatteso. Quel progetto prevedeva la laminazione delle piene tramite la diga di Monte Crispu, ancora priva di collaudo dopo oltre mezzo secolo, oltre a difese attive esterne al centro abitato,  poi cassate dalla conferenza di servizi del 2025, e interventi sulla rete di drenaggio urbana, rimasti fermi per inerzia amministrativa. Oggi, invece, si procede con muri, argini e valvole a clapet, senza certezze sulla laminazione della diga e senza interventi sui compluvi minori. «Un’impostazione superata e potenzialmente pericolosa – denuncia Atzeni – anche sotto il profilo finanziario».

Il Comitato segnala, inoltre, il persistente allagamento dell’area di scavo, dovuto alla falda affiorante «mai adeguatamente studiata in fase progettuale», con possibili rischi per la sicurezza e per la tutela delle acque. Sul piano procedurale, gli esposti contestano accelerazioni legate ai fondi Pnrr, lo “spacchettamento” dei lotti, l’uso estensivo della conferenza di servizi e la mancata partecipazione degli enti responsabili della diga di Monte Crispu, come Enas e Ufficio Tecnico Dighe.

Per queste ragioni, il Comitato chiede alla la sospensione cautelativa dei lavori a monte del Ponte Vecchio, la revisione del canale dx6 e del muro dx6, che, secondo il Comitato, potrebbe alterare il comportamento del fiume nella sezione più delicata, aumentando livelli e velocità della corrente con rischi per pescatori, stabilità del ponte e approdi fluviali.

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