Dario Vergassola, le domande sconcertanti che resistono al tempo
Storie sconcertanti di Dario Vergassola è un viaggio attraverso oltre vent’anni di interviste comiche, domande irriverenti e risposte imprevedibili. Ma sul titolo è lo stesso artista spezzino a scherzare: «È un barbatrucco. Gli spettacoli sono sempre gli stessi, ogni volta gli diamo un titolo diverso». E per spiegare il meccanismo cita l’amico David Riondino e il suo paragone con i Bronzi di Riace: non cambiano posizione ogni giorno, restano sempre lì.
Così anche Vergassola continua a riproporre il proprio repertorio finché il pubblico cambia e le battute continuano a funzionare. Al centro rimangono le sue domande, apparentemente ingenue, spesso maliziose e sempre capaci di spiazzare l’interlocutore. «Sono stupidotte, sono divertenti e funzionano sempre», ammette. Nate tra calciatori, attrici e personaggi dello spettacolo, hanno poi raggiunto scrittori, scienziati, politici e intellettuali.
Negli ultimi mesi sono tornate a circolare anche sui social, conquistando un pubblico nuovo. «Su Instagram le hanno ritirate fuori e ci sono cinque milioni di visualizzazioni. Non ci capisco niente», racconta Vergassola. Una seconda giovinezza digitale per una formula comica costruita prima ancora dell’avvento dei social. In Storie sconcertanti , portato in scena al Festival dei Tacchi a Ulassai, le interviste impossibili si allargano anche al mondo animale. Pesci e altre creature diventano voci attraverso le quali riflettere sulla crisi climatica, sull’inquinamento e sul rapporto dell’uomo con la natura.
Ma dietro la leggerezza affiora inevitabilmente anche l’inquietudine per il presente. Vergassola evita le “domande di oggi”, perché lo spettacolo rischierebbe di cambiare completamente tono. Parla di un «allineamento negativo dei pianeti» e cita Netanyahu e Trump come simboli di una fase internazionale difficile e incomprensibile. «È un momento terribile, ci rimettiamo tutti», osserva. Persino il Covid, nella sua lettura paradossale, aveva restituito il valore delle cose più semplici. Dopo l’isolamento si era riscoperta la gioia di incontrare gli amici e andare insieme in pizzeria. Poi sono arrivate nuove guerre, tensioni e paure a oscurare quella ritrovata normalità.
In un “momentaccio” come questo, per Vergassola resta allora una sola forma di resistenza. «L’unica cosa è il cazzeggio. L’unica cosa è cazzeggiare». Una dichiarazione che è anche battuta, ma che riassume il senso profondo della sua comicità: ridere non per ignorare la realtà, ma per riuscire ancora a sopportarla.
